Mario Termini, artista immaginifico conosciuto in tutto il mondo, ci fa dono della sua Arte e della Bellezza quale forma generativa ad essa intimamente connessa.

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Ho conosciuto Mario Termini “per caso”, un caldo pomeriggio di giugno, alla celebrazione del rito del
Solstizio d’Estate, dal grande mecenate Antonio Presti… mi trovai accanto, come compagno al tavolo di un
caffè, una persona che possiede la pregnanza di chi è vissuto profondamente, lo sguardo distaccato e disincantato di chi ha una visione superiore delle cose. Sempre “per caso” ma quasi immediatamente, venne fuori l’artista e, in quell’occasione, ebbi a dire che nulla avviene per caso. Oggi, come quel giorno, mi sento di confermare quella mia considerazione! La mostra che mi accingo a presentare penso sia nata lì, fra le colline di Motta D’Affermo in un suggestivo scenario d’arte. Un sentimento di “Meraviglia” mi prese nell’osservare le sue opere, ovviamente filtrate da uno schermo, in quell’occasione, e, non meno, mi affascinarono le sue parole. Suscitare “Meraviglia”, attraverso il diletto e l’esercizio della Bellezza, vuole essere uno degli obiettivi che questa mostra si propone.
Abbiamo scelto un titolo, “La Donna un libro d’Arte”, escludendone altri che pur ci sembravano appropriati, perché comunque Donna – Arte è il binomio che ha fatto la storia dell’arte e dell’umanità tutta. Attraverso le opere che ha selezionato per questa Mostra, Mario Termini, artista immaginifico conosciuto in tutto il mondo, ci fa dono della sua Arte e della Bellezza quale forma generativa ad essa intimamente connessa.
Il percorso artistico proposto è l’intimo riflesso del percorso autobiografico dell’uomo Mario Termini. In tale contesto di senso, assume una valenza fondamentale il “Ciclo della Lumaca” che diventa metafora delle
vicissitudini personali dello scultore. Perché, quando il vortice esistenziale lo travolge con la sua furia, Mario Termini, come la Lumaca, compie il suo percorso alchemico: striscia faticosamente per poi, però, librarsi nell’infinito cosmico. E, dall’anima del tempo passato, dalle sue sedimentazioni, nasce, per decantazione, uno spirito rinnovato
che va oltre i bagliori della memoria e del ricordo, eterizzando un istante. Fisico e metafisico, si fondono, si confondono nelle iconiche figure di Mario Termini, la realtà si
smaterializza nell’opera, dando spessore alle ombre e ai riverberi della mente che ha scoperto l’alterità e l’irriducibilità dell’altro.
La Mostra si propone quale attraversamento emotivo di un vissuto che trasuda mito, letteratura, sentimento. Spirito complesso e tormentato, poliedrico, versatile, eclettico e, per questo, votato alla ricerca perenne e
all’insoddisfazione, nella sua unica, personale, superiore visione artistica Mario Termini ci e si rappresenta l’immagine della Donna quale arketipo universale radicato nell’inconscio collettivo esulando da quella che potrebbe essere una mera, se non alquanto riduttiva, rappresentazione del sensibile.
La Donna di Mario Termini è quell’istinto primordiale, quel richiamo atavico della “Magna Mater”, principio primo l’arkè di tutte le cose.

Queste figure fluenti, sinuose, eppure potenti, sono quelle Veneri primordiali, simbolo di una grecità che fu e di un’Arcadia ancora possibile.
In quelle Figure si racchiude il mistero del mondo, quello slancio vitale, quell’”eterno femminino” che è elemento eterno nell’uomo che anela all’eterno del mondo, in quell’infinito, a volte anche eretico, dove sconfinano i pensieri dell’umano sentire.Dell’Aura e della Luce ci parla, con proficue significanze, Mario Termini. Mirabile compresenza di apollineo e dionisiaco, la doppia anima dello scultore si esprime, si realizza e si concretizza nella sostanza che alimenta il divenire artistico, così il Caos si sublima nella Forma e l’irrazionale che è la scaturigine prima dell’opera si ricompone sotto un ordine razionale.
Nel conflitto, nella polarità, a volte irrisolta, nella tensione oppositiva fra due estremi, i due principi vitali, quello maschile e quello femminile, l’uomo riconosce i suoi intimi drammi e l’essenza delle sue lacerazioni,
mentre l’artista, nella sua vaga accezione androgina, traduce questa tendenza in Arte.
Perché in Arte tutto è possibile, in Arte tutto è il contrario di tutto, ogni verità è anche la sua negazione. Ecco perché l’Arte è, e deve essere, ambigua, perché quelle Forme ti parleranno sempre e in un modo sempre diverso, ti diranno mille cose che non avevi mai sentito e mille cose che sentirai. Questo è il miracolo operato dall’arte, questa promessa, per quanto possibile mantenuta, di “renderci felici”.

Emilia Di Piazza

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