PIETRAPERZIA: NASCE PICCOLO ATELIER CHE REALIZZA ACCESSORI ARTIGIANALI. DUE GIOVANI IMPRENDITRICI SI RACCONTANO

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Per la serie imprenditrici coraggiose. Tenaci, che sanno guardare avanti, un po’ oltre l’orizzonte. Dalla schiera di coloro che fanno onore alla nostra provincia e che producono benessere ecco un “ritratto”: Maria e Carmela Russo, sorelle, la contagiosa simpatia comune a tante ragazze capaci di impegnarsi e sacrificarsi perchè credono davvero nel lavoro. Guidano un’azienda, la “Pathos” (la titolare però è Maria), ubicata a Pietraperzia al centro del paese. Un piccolo laboratorio, un “atelier artigianale”, così sembra di capire da come  lo descrivono queste due imprenditrici audaci

 che sono capaci di produrre in un due stanze cinture, portafogli, portacarte di credito, portachiavi e “proprio oggi –annunciano trionfalmente- abbiamo realizzato la nostra prima borsa”. “Tutti prodotti –spiegano- ovviamente in pelle pregiata, orientati verso un pubblico medio-alto”. Le abbiamo conosciute nella sede provinciale della Confartigianato, dove Maria è stata eletta presidente provinciale di “Donne impresa” e fra non molto farà parte anche della direzione regionale.  E proprio in quella sede che ci siamo fatte raccontare la loro esperienza, il loro progetto, che prova a correre in anticipo sul tapis-roulant della modernità. Insieme, le due sorelle Russo, nel giro di poco più di un anno, hanno praticamente già vinto la loro scommessa: l’allettante mondo della moda (alcuni calzaturifici che pubblicizzano i loro prodotti sulle reti televisive nazionali abbinano le cinture alle loro scarpe) si sposa con due artigiane autentiche che costruiscono con le loro mani oggetti e complementi d’abbigliamento con elevato contenuto estetico e altissimo livello di qualità. Ma come è nata questa iniziativa? “Siamo nate –raccontano Maria e Carmela- come sarte frequentando dei corsi di formazione presso le suore Canossiane di Pietraperzia. Sono state le suore a segnalarci a un imprenditore che cercava delle ragazze brave a cucire. A cucire, però, non abiti, ma custodie di pelle per telefonini. L’abbiamo fatto per cinque anni, sino a quando l’azienda non ha chiuso. Siamo ritornati per un certo periodo in un laboratorio a cucire di nuovo stoffe, cioè giubbotti per una nota casa di abbigliamento nazionale, ma ormai ci eravamo innamorati della pelle; così siamo andate a Firenze per specializzarci. Siamo ritornate e abbiamo tentato di costituire una nostra impresa sperando di intercettare qualche finanziamento. Non siamo state fortunate. La nostra è stata una grande avventura e alla fine siamo riuscite ad aprire il laboratorio grazie ai nostri genitori che ci hanno dato i fondi per comprare le attrezzature”.

Giacomo Lisacchi

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