ENNA: INTERVENTO DEL SEGRETARIO CITTADINO DI GANGI SULLA RIFORMA GELMINI

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In questi giorni dalle scuole incominciano ad arrivare dati concreti su quelli che sono gli effetti dei provvedimenti adottati dal Ministro Gelmini in applicazione delle norme contenute nella Legge 133/2008. Provvedimenti che prevedono un “taglio” di circa 8 miliardi di Euro in tre anni, la riduzione di 87 mila insegnanti e 44 mila tra il personale amministrativo, tecnico e ausiliario. A ciò si deve aggiungere il fatto che ad oggi tutte le scuole d’Italia vantano crediti nei confronti del Ministero

 della Pubblica Istruzione (in alcuni casi ammontano a svariati centinaia di migliaia di euro), mettendo a dura prova il regolare svolgimento delle attività didattiche ed amministrative e impedendo il pagamento del personale precario impegnato per le supplenze e quello impegnato nelle attività di esami e nell’ampliamento dell’offerta formativa.
Questi non sono che i primi effetti delle “pseudo riforme” pensate dal Ministro Tremonti e adottate dalla Gelmini. Con l’inizio del prossimo anno scolastico si ritornerà all’insegnante unico, al voto in condotta a partire dalle elementari, senza alcuna giustificazione pedagogica e prefigurando un arretramento organizzativo progettuale, sociale e culturale di questo ordine di scuola, considerato, come dimostrano i più recenti dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Europeo, un segmento educativo e formativo nel quale l’Italia eccelle.
Le scelte poste in essere dal Governo Berlusconi mancano di qualsiasi proposta di riqualificazione e modernizzazione del sistema formativo, ma rappresentano invece una logica di riduzione indiscriminata delle risorse finanziarie e professionali che rispondono palesemente all’obiettivo immediato di fare cassa.
I tagli di organico penalizzano pesantemente il mezzogiorno e in modo particolare la Regione Sicilia in cui sono previsti oltre 9.700 contrazioni.
Un taglio drastico di oltre 550 posti di lavoro nel prossimo triennio (circa 150 per la scuola primaria, circa 120 per la scuola media di 1° grado, circa 90 per la scuola secondaria e circa 200 per il personale amministrativo, tecnico ed ausiliario) significa penalizzare e mortificare pesantemente la collettività ennese ed aggravare il deficit occupazionale che aggiunge ulteriore disagio a quello già determinato dalla forte crisi economica e all’atavico forte tasso di disoccupazione.
In un momento di forte crisi economica bisogna avere il coraggio di scelte forti quale quella di investire nel sistema di istruzione in quanto bene prezioso e bisogna avere la  capacità di affrontare le sfide che lo scenario globale offre alle nuove generazioni.
Il mancato trasferimento, poi,  delle risorse finanziarie da parte dello Stato alle scuole sta determinando il dissesto economico ed un collasso del sistema dell’istruzione pubblica a vantaggio di quello privato.
Per tutte queste ragioni crediamo di dovere tenere alta l’attenzione in ogni parte del nostro Paese ma soprattutto nel nostro Comune, epicentro di un cataclisma occupazionale e socio-culturale senza eguali in precedenza.
È per questo che proporremo al nostro gruppo consiliare di porre l’attenzione del dibattito politico sul ruolo della scuola nella nostra realtà territoriale e nella nostra società facendo sì che il Governo si impegni a:
1. soddisfare tutte le richieste delle famiglie sul tempo scuola (tempo pieno, modulo a 30 ore, tempo prolungato), sulla scuola dell’infanzia e sulla qualità della didattica, rafforzare il patto educativo scuola-famiglie;
2. assegnare risorse adeguate alle scuole, per il loro funzionamento e l’offerta formativa;
3. adottare una moratoria, in un periodo di forte crisi economica ed occupazionale, almeno per il prossimo anno scolastico, bloccando l’espulsione di 87.341 docenti e 44.500 ATA precari, impedendo di fatto dei licenziamenti di Stato;
4. attuare un piano straordinario nazionale per la messa a norma degli edifici scolastici, per il risparmio energetico, per laboratori e attrezzature didattiche, anche con la riduzione dei vincoli del “patto di stabilità” che blocca gli investimenti degli enti locali e lo snellimento delle procedure amministrative.

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