PALERMO: ELIO GALVAGNO (PD) SUL BILANCIO DI PREVISIONE DELLA REGIONE SICILIANA

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“Signor Presidente, onorevoli colleghi, preliminarmente, desidero esprimere il personale cordoglio e rincrescimento per l’ennesimo incidente sul lavoro che questa mattina ha stroncato la vita di un operatore ecologico di 50 anni nel comune di Gela Desidero porre le più sentite condoglianze alla famiglia e invitare il Presidente dell’Assemblea a farlo a nome di tutto il Parlamento regionale. Approfitto di questa luttuosa circostanza, per chiedere formalmente al Presidente che, subito dopo l’approvazione del bilancio e della finanziaria, venga posto all’ordine del giorno dell’Aula il disegno di legge a firma degli onorevoli Formica ed altri recante “Norme per l’istituzione del ruolo degli ispettori del lavoro

 e per il contrasto al lavoro irregolare”. L’Assemblea regionale siciliana affronta oggi l’esame della legge di bilancio e della legge finanziaria per l’esercizio 2009 e del bilancio pluriennale per il triennio 2009-2011, alla fine del mese di aprile, alla scadenza dei quattro mesi dell’esercizio provvisorio consentiti dalle legge.
Non è certo un buon biglietto da visita per un Governo come quello del presidente Lombardo,
eletto nel 2008 e che, stando alle intenzioni dichiarate, avrebbe dovuto innovare profondamente
proprio uno degli snodi fondamentali della politica regionale: la programmazione economica e la
gestione delle risorse. Nulla di tutto questo. Al contrario, un pesante ritorno a vecchie prassi e a
vecchie impostazioni già appartenute a Governi di centrodestra che hanno messo in ginocchio la
Sicilia e prodotto la devastazione delle finanze regionali.
Ancora più grave è il ritardo nell’approvazione degli strumenti finanziari regionali, se rapportato
alla fortissima crisi economica in atto, rispetto alla quale indispensabile si manifesta, in tutto il
mondo, l’iniziativa delle autorità di governo a tutti i livelli per realizzare misure anticicliche di
sostegno all’economia reale.
La Regione Siciliana, per quanto ne sappiamo, è l’unica istituzione, sicuramente in Europa, che
non solo non ha ancora adottato alcun intervento, ma che ha ritenuto del tutto trascurabile dotarsi
almeno degli ordinari strumenti di bilancio, per supportare una economia come quella siciliana, che è
colpita duramente dalla crisi.
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La responsabilità di tutto questo, va detto con chiarezza, è interamente e pienamente del Governo
della Regione e di un centro-destra che governa qui, come a Roma . La responsabilità, innanzitutto,
di avere impostato, già ad ottobre, una ipotesi di bilancio basata su previsioni inattendibili e su
soluzioni contabili fantasiose e non sostenibili.
La responsabilità, ancora, di aver tenuto bloccato per mesi il bilancio della Regione intorno alla
vicenda dei fondi FAS che devono essere attribuiti alla Regione per il periodo 2007/2013.
Sappiamo tutti che ai fondi FAS il governo regionale ha assegnato il compito di sostenere almeno
una parte dell’ordinaria politica di bilancio, dopo però aver dovuto prendere atto che l’originaria
ipotesi prospettata a ottobre, e cioè l’utilizzo delle cosiddette risorse liberate dei progetti coerenti
inseriti in Agenda 2000, si è rivelata impraticabile in conseguenza della decisione del governo di
impegnare in overbooking gli stanziamenti resisi disponibili sulle misure di Agenda 2000. Scelta
discutibile e, per quanto ci riguarda, infelice, perché non è aumentando a dismisura gli stanziamenti
che si raggiunge l’obiettivo della spesa totale dei fondi europei e perché, così operando, si perdono
di vista gli obiettivi della programmazione.
Ma noi ci chiediamo: è corretto, sta dentro una linea strategica di sviluppo della Sicilia l’idea di
utilizzare i fondi del FAS per spese ordinarie, parte della quali hanno addirittura natura di spese
correnti?
Lo diciamo, dichiarando altresì che il comportamento del governo nazionale, che sta utilizzando la
vicenda FAS per rese dei conti interne al centro destra ed anche come strumento di lotta politica
contro chi governa le regioni del sud, è del tutto ingiustificabile e da condannare con forza,
inserendosi peraltro nella linea portata avanti dal governo Berlusconi di falcidiare le risorse FAS e di
utilizzarle invece per coprire le spese più diverse: dal contributo per evitare il dissesto del comune di
Catania, all’Expo 2015 di Milano.
In ogni caso, non si sfugge al dato politico: a causa della irresponsabilità che accomuna il governo
regionale ed il governo nazionale, la nostra Regione è penalizzata oltre misura, proprio nel momento
in cui la crisi economica sta colpendo più duramente le famiglie, le imprese e i lavoratori siciliani.
Nella nostra Regione, infatti, dove si calcola che già nel 2008 il Pil sia sceso di circa l’1 per cento,
alcune previsioni attendibili indicano per il 2009 una caduta di oltre 4 punti percentuali. La richiesta
di cassa integrazione è in vorticoso aumento; nel primo trimestre del 2009 hanno chiuso più di 2.000
imprese; alcune stime fanno risalire a circa 50.000 i posti di lavoro che si perderanno nel corso
dell’anno, nei settori privati ma anche nel pubblico, in particolare nella scuola.
Nel comparto delle opere pubbliche si è registrato un decremento di lavori messi a gara di circa il
50 per cento. Secondo le organizzazioni dei produttori agricoli sono 35.000 le imprese agricole a
rischio chiusura, con un taglio di circa 3 milioni di giornate lavorative. C’è il blocco degli
investimenti privati, come conseguenza della crisi di fiducia caratteristica di questa fase, ma anche
delle difficoltà e delle restrizioni nella erogazione del credito, su cui il governo regionale non ha
dimostrato alcuna capacità di incidenza, nonostante la presenza in banche fondamentali e l’esistenza
di fondi a gestione separata, che restano praticamente inutilizzati.
La crisi attuale, tuttavia, si innesta su una situazione generale dell’economia siciliana che ha fatto
segnare indici negativi ormai da qualche tempo, in dipendenza di un micidiale effetto cumulo: la
debolezza del sistema economico e del tessuto produttivo, che appare sempre più legato alla spesa
pubblica ed alle importazioni; il collasso della Regione incapace di avere una strategia efficace di
valorizzazione delle risorse siciliane e sempre più legata ad un ruolo di sostentamento di un apparato
ipertrofico e scarsamente produttivo; il fallimento della programmazione dei fondi comunitari e dei
fondi nazionali, che hanno avuto uno scarso impatto sui fattori produttivi e sull’efficienza del
sistema regionale.
Nell’affrontare la crisi in atto, che ha un carattere planetario e si rivela come la crisi dell’economia
non sostenibile, molti paesi ed istituzioni di governo sopranazionali come l’Unione Europea, hanno
scelto una strategia che mira ad attenuare gli effetti dirompenti sulle imprese e sui cittadini, ma
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contemporaneamente ad individuare linee di movimento che affrontano i nodi della crisi attuale e
puntano a posizionare in modo efficace ed innovativo i relativi paesi sullo scenario della ripresa
dopo la crisi.
Così la Commissione Europea, nel delineare il Piano europeo di ripresa economica, ha precisato
che gli obiettivi strategici del piano sono: stimolare rapidamente la domanda; ridurre il costo umano
della crisi economica; prepararsi a sfruttare la ripresa quando si presenterà, in conformità alla
strategia di Lisbona e portando avanti le necessarie riforme strutturali; accelerare la transizione verso
una economia a basse emissioni di carbonio, promuovendo le nuove tecnologie e creando nuovi
posti di lavoro cosiddetti “verdi”.
La risposta fin qui data dal governo Berlusconi è debole, inadeguata, ma soprattutto frutto di una
vecchia impostazione.
Il governo ha, infatti, assegnato centralità al cosiddetto piano casa, che non affronta i temi della
riqualificazione strutturale dell’edificato e del fabbisogno di alloggi, ma si rivolge ad una platea
ridotta di proprietari.
In materia di energia e di lotta ai cambiamenti climatici punta sul nucleare di terza generazione,
già tecnologicamente obsoleto e che lascia in piedi tutti i temi legati alla sicurezza ed ai costi
finanziari ed ambientali. Per il Mezzogiorno si affida al mito legato alla realizzazione del Ponte sullo
Stretto, opera che appare tuttora almeno assai improbabile, mentre molto più concretamente ha
lavorato in questo anno di governo per togliere circa 20 miliardi agli stanziamenti contenuti
nell’ultima finanziaria del governo Prodi per il FAS, che il ministro Tremonti utilizza come una carta
di credito al consumo.
Il Mezzogiorno, che subisce quasi tutto il peso della crisi, può essere il vero valore aggiunto per il
rilancio economico e sociale del nostro paese, ma questa idea è lontanissima da un governo che è
fortemente condizionato dall’impronta leghista e nordista.
La Sicilia, a causa della falcidia del FAS, ha già perso 4 miliardi di euro di finanziamenti per lo
sviluppo, che si aggiungono ai circa 2 miliardi sottratti da Berlusconi e che dovevano essere destinati
alle strade provinciali, al sistema dei trasporti, alle aziende agricole, alla innovazione strutturale e
tecnologica dell’isola.
Della tragicommedia che tiene bloccati i fondi FAS residui abbiamo già detto in precedenza.
Ma se la risposta nazionale è debole e sbagliata, quella del governo regionale è tuttora
praticamente inesistente.
Il Partito Democratico ha presentato per tempo le proprie proposte, che ruotano intorno a due
punti cardine: le riforme e le misure anticicliche.
Abbiamo anche presentato una mozione, che è stata discussa ed approvata dall’Aula, che ha
quindi ritenuto consistenti ed utili le iniziative da noi presentate.
Le riforme, per cominciare. La Sicilia è ben lontana dagli obiettivi fisici e numerici in cui si
estrinseca la strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione. Se si analizzano i dati disponibili, si
può notare come in materia di innovazione le spese in ricerca e sviluppo e le spese totali in
istruzione, rapportate al Pil, negli ultimi anni si sono addirittura ridotte. Il ricorso alle fonti
rinnovabili di energia ed il volume di rifiuti pro-capite sono lontanissimi dai rispettivi parametri.
Una regione che regredisce rispetto ai fattori di sviluppo, che gli altri colgono in pieno, non ha
futuro ed è destinata alla emarginazione.
Ecco perché occorre agire sul terreno delle riforme, presto e bene, in una direzione di una
maggiore efficienza delle funzioni amministrative ed economiche, della qualità e quantità dei servizi,
della crescita del bagaglio di conoscenze. Ne indichiamo alcune: la sanità, per ridurre gli sprechi e
assicurare i livelli essenziali di assistenza. Una riforma è stata varata, con grande sofferenza dalla
maggioranza, sotto la spinta del piano di rientro e degli obblighi assunti con il governo nazionale;
vedremo se sarà efficace soprattutto sotto il profilo dei modelli gestionali e del governo di sistema,
che costituiscono ancora punti estremamente problematici, anche dopo la legge di riordino.
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La riforma del servizio rifiuti, con il varo di un piano regionale centrato sulla raccolta differenziata
e sulla creazione di filiere per il riutilizzo delle materie prime seconde contenute nei rifiuti, per
diminuire i costi e rendere efficiente il sistema. La riforma della formazione professionale, oggi
fonte di spreco e di parassitismo ma che può e deve diventare il vero motore della crescita
professionale dei lavoratori siciliani, con un sistema fondato sui distretti formativi che vedano
coinvolti i protagonisti del territorio.
La riforma della Regione, che comincia con l’attuazione del “federalismo interno”, la definizione
di una Carta regionale delle autonomie locali, che preveda l’assegnazione definitiva di funzioni e
risorse agli enti locali. E’ un tema già posto, per ultimo dalla legge regionale 10 del 2000, rimasto
totalmente inattuato, ma che è diventato particolarmente urgente dopo il varo della legge nazionale
sul federalismo fiscale che coinvolgerà pienamente gli enti locali siciliani e che obbligherà a rivedere
profondamente anche i rapporti tra Regione ed enti locali, oltre a comportare un serio riassetto del
modo di essere e di spendere da parte del governo regionale.
La riforma della spesa, ancorando la legge finanziaria ai rigorosi contenuti previsti in origine dalla
legge 10 del 1999, l’introduzione di leggi di settore, con la previsione di tempi certi per la loro
approvazione, la riclassificazione del bilancio per missioni ed obiettivi verificabili perché agganciati
ad indici materiali, una maggiore trasparenza attraverso l’introduzione del bilancio sociale e dei
collegati bilanci di genere ed ambientale, una più puntuale attività di controllo, anche attraverso una
maggiore interazione tra il controllo dell’Ars e quello esercitato dalla Corte dei Conti.
Per quanto riguarda le misure anticicliche, prendiamo atto che alcune nostre proposte, formulate
con emendamenti al testo della legge finanziaria, sono state approvate. Tra queste, le norme sul
piano alloggi, sul piano per l’edilizia scolastica, sui cantieri di lavoro, sui mutui per gli interventi nei
centri storici, così come sono state approvate le norme da noi proposte sul patto di stabilità per i
comuni, sul contenimento delle spese degli enti regionali e sull’avvio di un piano operativo per la
rivisitazione dei programmi di spesa di tutta l’amministrazione regionale.
Ma tutto questo non è sufficiente.
Noi riproporremo in Aula tutto il pacchetto di norme già presentate in commissione ed invitiamo il
governo ad accoglierle, piuttosto che rinviarle ad un successivo disegno di legge, avendo quello già
presentato dal Governo ed oggi in discussione, tutte le caratteristiche di una legge omnibus, o,
meglio, di un carrozzone su cui viaggiano le norme più disparate, spesso sganciate da qualunque
utilità sociale, mentre pochissime e residuali sono le previsioni ben ponderate ed integrate in una
strategia anticiclica e di sviluppo.
Continuiamo a richiamare l’attenzione sulla programmazione comunitaria 2007/2013, per evitare
che con essa si ripetano i gravi errori commessi con Agenda 2000, ma anche per sottolineare il
ritardo gravissimo accumulato dal Governo regionale. E’ già stato superato un terzo del periodo
assegnato e poco o nulla si è effettivamente messo concretamente in moto, con il rischio, dunque,
che si ripetano le distorsioni che si sono prodotte intorno alla programmazione 2000/2006.
Paradossalmente, l’esplosione della crisi ha salvato la Sicilia dalla prospettiva di perdere almeno
due miliardi di euro di finanziamenti. La commissaria europea Danuta Hubner ha, infatti, reso noto
come, al 31/10/2008, la Regione Siciliana avesse dichiarato l’obiettivo dell’86 per cento dei
pagamenti, ma le somme effettivamente ammesse a rendicontazione, in realtà, non superavano il 75
per cento.
La crisi ha indotto la Commissione Europea a spostare al 30 giugno 2009 il termine per la
presentazione della rendicontazione di pagamento e ciò potrà consentire alla Sicilia di raggiungere
livelli di spesa sicuramente più elevati, anche se il rischio di perdita di fondi non è per niente
sfumato.
La proroga, che ha consentito di spostare all’anno nuovo i pagamenti che avrebbero dovuto
necessariamente farsi entro il 31 dicembre 2008, ha salvato anche la Regione dallo sfondamento dei
limiti imposti dal patto di stabilità con lo Stato, che avrebbe comportato una forte penalizzazione,
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come quella del divieto di ricorrere all’indebitamento per il 2009. Il rischio corso è stato tuttavia
enorme ed è legato strettamente alla politica della spesa perseguita dai precedenti governi che hanno
fatto crescere a dismisura la spesa corrente ed hanno depresso oltre misura la spesa per investimenti.
Ci chiediamo, a questo punto, come il governo pensi seriamente di mettere in campo spesa
anticiclica, senza intervenire contemporaneamente sui livelli della spesa corrente.
Tornando ad Agenda 2000: dal punto di vista della qualità della spesa, si può parlare di disastro.
L’impatto avuto sulle dinamiche di sviluppo, secondo quanto dichiarato dagli stessi responsabili
della programmazione regionale, è stato scarso, se non addirittura nullo. L’Unione europea contesta
che siano stati avviati troppi progetti dotati di poca capacità innovativa, non prioritari e non
strategici, molti dei quali già finanziati con fondi statali e regionali.
In alcuni settori fondamentali come il turismo, i beni culturali, l’acqua, i rifiuti, non solo non sono
stai raggiunti gli obiettivi minimi fissati, ma si segnala anche una regressione.
E’ diffuso il convincimento che ci sia stata una eccessiva dispersione delle risorse, diluite in oltre
40.000 interventi, nonché un utilizzo improprio di Agenda 2000 per finanziare spesa corrente e di
mantenimento, in barba all’obiettivo della addizionalità delle risorse comunitarie rispetto a quelle
ordinarie e alla loro finalizzazione per far crescere i fattori di sviluppo.
Noi riteniamo imprescindibile che la Regione Siciliana metta a punto un piano straordinario, che
leghi gli interventi contro la crisi ad una strategia volta all’ammodernamento delle strutture ed al
passaggio ad una economia sostenibile. A supporto di tale piano, è necessario il puntuale
reperimento di risorse spendibili, a cominciare da quelle di bilancio e da quelle allocate presso gli
Istituti finanziari regionali, il cui effettivo impiego costituisce il vero obiettivo da perseguire,
piuttosto che una improponibile fusione di Irfis, Crias ed Ircac, con la quale scomparirebbe la licenza
bancaria dell’Irfis, che costituisce il vero valore di quell’Istituto.
E’ del tutto ovvio che prioritaria rimane l’attivazione delle risorse derivanti dalla programmazione
2007/2013, così come la riprogrammazione dei fondi derivanti dal periodo precedente. Il Dpef
contiene una tabella in cui sono esposti i risultati raggiunti con gli accordi di programma quadro
stipulati dal 2000 al 2007. Ebbene, su un totale di interventi programmati per 16.577 milioni di
euro, soltanto meno del 20 per cento è stato speso. Il Ministero dello sviluppo economico segnala
che ci sono fondi inutilizzati per centinaia di milioni di euro.
Ci saremmo aspettati che il Presidente Lombardo ordinasse una verifica a tappeto sui fondi
realmente impegnati, su quelli spendibili e su quelli riprogrammabili. Sappiamo invece dell’aperta
resistenza degli assessorati, secondo il principio che è meglio tenersi i fondi, anche se non spesi,
piuttosto che metterli a disposizione utilmente.
Per quanto riguarda i fondi comunitari, siamo ancora in attesa della profonda rivisitazione
annunciata dal Presidente Lombardo che finora non è stata fatta, permanendo invece il sostanziale
blocco delle procedure determinatosi anche per volontà del governo.
La programmazione dei fondi comunitari è uno di quegli atti fondamentali per la vita della
Regione che tuttavia sfuggono all’attività di indirizzo e di reale controllo da parte dell’Assemblea
regionale siciliana. Ma non è il solo, così è avvenuto per il programma attuativo dei fondi FAS, per il
piano rifiuti e per il piano energetico. In nessun altro Consiglio o Assemblea regionale, questo
accade. Ci chiediamo quanto a lungo debba durare questa anomalia che mortifica il Parlamento
siciliano e turba il democratico e normale andamento dei rapporti tra legislativo ed esecutivo.
Anche per questo, con la mozione che è stata presentata, il Partito Democratico ha voluto indicare
alcuni filoni strategici su cui indirizzare la programmazione 2007/2013:
a) la realizzazione delle reti materiali ed immateriali;
b) l’efficienza energetica, il risparmio, la riqualificazione, la produzione da fonti rinnovabili, la
lotta ai cambiamenti climatici;
c) la logistica ed i servizi avanzati per le imprese, la creazione di filiere corte, l’economia di
prossimità;
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d) il capitale umano, la crescita delle conoscenze attraverso la formazione continua, la ricerca,
l’innovazione ed il trasferimento tecnologico.
Invitiamo, ancora una volta, il Governo a rivedere rapidamente la programmazione alla luce di
questi indirizzi, in modo da poter liberare gli interventi coerenti con questa strategia, alcuni dei quali
già vengono dalla precedente programmazione ed aspettano ormai da mesi il “via libera”.
Lo sperpero o il cattivo utilizzo dei fondi per lo sviluppo che la Regione ha avuto, e continua ad
avere a disposizione, è allo stesso tempo causa ed effetto della dissennata politica di gestione del
bilancio, che ha portato ad avere l’85 per cento dei fondi disponibili stanziati per spese correnti e ad
una caduta verticale degli investimenti, ad un deficit cronico – divenuto ormai strutturale – di circa
due miliardi di euro, che rischiano di diventare quasi tre con il bilancio di quest’anno, ad uno
sbilancio tra entrate in conto capitale e spese in conto capitale che, per il periodo da qui al 2013, si
attesta a non meno di 1.2 miliardi ogni anno e che bisognerà coprire se non si vuole che la spesa
della Regione per investimenti si azzeri. Per coprire questa tipologia di spesa si devono ridurre le
spese correnti, dal momento che è impensabile attivare ogni anno un ricorso al mercato per oltre un
miliardo.
Abbiamo denunciato più volte come, prima dell’esame del bilancio e della finanziaria, il Governo
regionale avrebbe dovuto produrre e sottoporre all’approvazione dell’Assemblea una nota di
aggiornamento del DPEF.
Le regole, il buon senso, il rispetto del ruolo del Parlamento obbligavano ad agire in tale
direzione; ma questo – con tutta evidenza – non è un Governo che tiene molto al rispetto delle regole
e del Parlamento. In questo modo l’Assemblea regionale siciliana si è trovata ad esaminare lo
strumento finanziario, costruito su determinate previsioni del DPEF, quando quelle previsioni erano
profondamente modificate dallo sviluppo dei fatti.
Ricordo che il DPEF è stato scritto prima dell’esplodere della crisi ed aveva previsto una crescita
del Pil per l’anno 2009 su cui erano state modulate le entrate e, quindi, il bilancio.
Come sappiamo, il Pil della Sicilia quest’anno sarà in discesa e ciò determinerà una caduta delle
entrate piuttosto pesante, se è vero che nel primo bimestre del 2009 il gettito delle imposte in Italia è
stato di 4 miliardi inferiore a quello registrato nel primo bimestre 2008.
Quasi nulla di tutto questo è stato rappresentato dal Governo, di fatto aumentando il grado di
inattendibilità delle previsioni di bilancio. E dico quasi, perché in verità qualche piccola correzione
alle entrate è stata effettuata.
Lo avevamo segnalato in occasione della discussione: ciò che caratterizza un DPEF è la
trasparenza delle azioni che propone e la puntualità dei numeri su cui si costruiscono previsioni ed
iniziative. Il DPEF vigente, che è anche il primo del governo Lombardo e che assolve, quindi, al
compito di documento di mandato, non conteneva né l’una né l’altra e viene meno alla funzione
fondamentale di essere “documento verità”, indispensabile per chi si propone nelle vesti di
innovatore.
A meno che il rinnovamento non sia, meramente, un enunciato di facciata.
In ogni caso, tra molte reticenze e con scarsità di numeri, il DPEF prospettava una situazione
molto grave per quanto riguarda i fondamentali di bilancio: l’indebitamento netto a circa due
miliardi, il ricorso al mercato superiore a due miliardi, il risparmio pubblico negativo.
La legge finanziaria, presentata ad ottobre dal Governo regionale, alquanto snella in verità, non
affrontava alcuno dei nodi strutturali: non venivano individuate misure di contenimento e di
riqualificazione delle spese correnti, di semplificazione degli apparati burocratici, di risparmio
attraverso rigidi controlli sugli acquisti, di riconversione di programmi inefficienti come la
formazione professionale. Non si affrontava il tema dell’aumento delle entrate, anche attraverso la
lotta all’evasione fiscale e l’emersione del lavoro nero ed irregolare.
La legge finanziaria conteneva misure tampone, destinate a porre delle pezze sdrucìte sui buchi di
bilancio, scaricando oneri verso gli enti locali.
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Si proponeva di chiudere il disavanzo tendenziale di circa 2 miliardi facendo ricorso ad alcune
ulteriori misure. Tra queste, la iscrizione in bilancio di 950 milioni di euro di entrate provenienti da
una imprecisata ed indefinita operazione di valorizzazione degli immobili, che, chissà perché,
avrebbe dovuto portare risorse alla Regione laddove per anni hanno fallito le iniziative di vendita
immobiliare, che pure avevano portato il Governo a iscrivere copiose risorse in entrata nei bilanci di
previsione.
Si operava poi una manovra di spostamento di circa 200 milioni di euro in capitoli di spesa, in
particolare collegati alla forestazione, in una tabella che avrebbe dovuto essere finanziata con le
cosiddette risorse liberate che, come abbiamo visto, non ci sono.
241 milioni era il ricorso al mercato, già autorizzato con la legge finanziaria 2008 e che veniva
riportato all’anno 2009.
Infine, veniva prevista una manovra di riduzione dei fondi di riserva per spese obbligatorie e per
regolazioni contabili, che venivano decurtati di 448 milioni nel 2009, di 1.2 miliardi nel 2010, di 543
milioni nel 2011.
Come ha fatto prontamente rilevare anche la Corte dei Conti, si trattava di una manovra quanto
mai azzardata e pericolosa, perché avrebbe potuto facilmente mettere la Regione di fronte alla
necessità di provvedere a pagamenti – ripetiamo obbligatori – nel corso dell’anno, senza avere mai
predisposto le risorse necessarie e dovendo fare ricorso, di conseguenza e assai probabilmente, a
“variazioni allo scoperto”, sulla cui scarsa regolarità più volte si è espressa la Corte dei Conti, per il
rischio che prima o poi possano aprirsi voragini non colmabili nel bilancio della Regione.
Nel corso dell’esame in Commissione ‘Bilancio’ il Governo ha presentato una manovra
finanziaria correttiva che, se possibile, ha aumentato lo sbigottimento che già ci aveva colpito
all’atto della presentazione della legge finanziaria e di bilancio.
Al fine di correggere alcuni degli interventi su cui era stato costruito il bilancio, in funzione della
loro totale inattendibilità e pericolosità, il Governo ha ritenuto di dover introdurre un forte
incremento del ricorso all’indebitamento, nonché ad un’altra azzardata operazione contabile con la
quale si propone di coprire parte delle spese utilizzando il fondo di accantonamento costituito dalla
legge di variazione di bilancio del 2001.
E’ necessario richiamare brevemente di cosa si tratta.
Con il giudizio di parificazione sul rendiconto dell’esercizio finanziario 2000, la Corte dei Conti
evidenziò che tra i residui attivi del bilancio figuravano poste imponenti, per oltre 4.500 miliardi di
lire, derivanti da ruoli affidati per la riscossione coattiva al concessionario. Dal momento che da
questa tipologia di ruoli normalmente si ricavano entrate non superiori al 15 per cento, si poneva il
problema che trasformandosi i residui in avanzo di amministrazione, con essi si andavano a
finanziare spese di bilancio certe, a fronte di entrate quasi del tutto inesigibili.
Il Governo della Regione ritenne allora di dovere vincolare queste somme in un fondo presso
l’amministrazione del bilancio, dichiarandole per legge non utilizzabili.
In verità, già con la legge finanziaria dello scorso anno, il Governo aveva pensato bene di rendere
utilizzabili le somme, prelevando dal fondo circa 600 milioni di euro che sono stati utilizzati per
coprire una parte del disavanzo della sanità e per finanziare il fondo per le autonomie locali.
Non siamo quindi in presenza di una novità assoluta, tuttavia non ci appare meno grave quello che
sta succedendo.
I residui attivi possono ovviamente essere riscossi durante gli anni e quindi venire cancellati. La
domanda che ci poniamo, allora, è: i residui attivi di cui si tratta, sono stati riscossi nel corso degli
anni oppure no?
Se sono stati riscossi, perché non si è provveduto annualmente a diminuire il fondo vincolato? E
se non sono stati riscossi nonostante siano trascorsi ormai molti anni, il loro utilizzo per la copertura
di spese di bilancio non genera una spesa certa a fronte della quale sta una entrata quasi impossibile?
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E agendo in questo modo, non si acuisce l’illiquidità della cassa e si rendono più problematici i
pagamenti?
Vorrei denunciare il ritorno di un metodo che ha contribuito ad aumentare a dismisura i problemi
finanziari della Regione e che da qualche anno, almeno dal 1999, avrebbe dovuto essere
abbandonato definitivamente: mi riferisco alla pratica attraverso la quale prima si determina il livello
della spesa nel bilancio e poi si gonfiano le entrate o si dilata il ricorso al mercato per coprire il
disavanzo tendenziale.
Lo dico al Presidente della Regione ed al Presidente dell’Assemblea: questa è pratica illegittima
ed inaccettabile.
Devo segnalare anche che al momento in cui è stata preparata questa relazione, soltanto poche ore
fa per altro, non era stato distribuito il testo definitivo delle leggi, né si conoscevano i saldi di
bilancio. E’ un modo di lavorare che può produrre soltanto cattive leggi, che viola il Regolamento
ed i diritti dei deputati e dei Gruppi parlamentari.
Debbo anche rilevare, da una lettura veloce della finanziaria, che ci sembra che in un momento di
grave, anzi gravissima, difficoltà per quanto riguarda la vita, l’economia della nostra Regione, la vita
dei nostri conterranei, si tenti – è tutto da accertare e da chiarire meglio – di introdurre nuovamente
le pensioni d’oro per quanto riguarda i burocrati della Regione.
Il nostro giudizio complessivo sulla manovra finanziaria 2009 è fortemente negativo, e lo
dichiariamo con la necessaria veemenza.
Noi consideriamo la legge finanziaria, se si fa eccezione per le poche proposte accolte tra quelle
formulate dal gruppo PD, del tutto priva di contenuti significativi, sia dal punto di vista delle misure
anticicliche, che dal punto di vista delle azioni di risanamento e di riqualificazione della spesa
regionale.
Al contrario essa si è appesantita di previsioni minute, che affrontano problemi marginali, che
provano a distribuire qua e là risorse, senza alcuna strategia di intervento.
Noi consideriamo il bilancio inaccettabile, perché riempito di entrate gonfiate al solo scopo di
drogare le spese, perché composto con manovre contabili pericolose ed, alla lunga, insostenibili.
Ammesso che tutta la costruzione messa in piedi dal Governo possa servire a redigere il bilancio
per quest’anno, essa determinerà una voragine già a partire dal prossimo esercizio finanziario e non
saranno certamente i fondi FAS che potranno coprirla.
Ci aspetta a partire dal 2010 un disavanzo tendenziale che potrebbe arrivare a 3 miliardi di euro e
che mina alla radice qualunque ipotesi e qualunque strategia di sviluppo della nostra Regione.
Il Governo e la maggioranza che lo sostiene si stanno assumendo una responsabilità gravissima.
Quella di quest’anno avrebbe dovuto essere, stando alle vostre dichiarazioni, una manovra che
avviava il risanamento. Così com’è, risulta invece una manovra che approfondisce il dissesto
strutturale e lo sposta sugli esercizi futuri, con un evidente tentativo del Governo di sfuggire a
responsabilità tanto pesanti quanto non rinviabili.
I lavoratori, i disoccupati, le imprese siciliane, già gravati da una crisi pesantissima, non potranno
accettare di vedersi scaricare addosso anche l’incapacità e le scelte sbagliate del Governo della
Regione.

 

 

 

 

 

 

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