AL TEATRO GARIBALDI “LE GEOMETRIE DELLA PASSIONE, CLITEMNESTRA E CASSANDRA”

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È una lotta, una danza primordiale tra l’Uomo e la Donna, tra Eros e Thanatos, tra demone e ratio, tra il senso arcaico e tribale della Giustizia e la terribile vertigine della follia umana, ad essere traslato in figure geometriche, austere e calcolate come formule matematiche, telluriche e viscerali come l?istinto che le scatena.
Se in una sola frase si volesse condensare l?ultimo spettacolo del coreografo e regista Aurelio Gatti, Geometrie della passione – Clitemnestra e Cassandra, andato in scena al Piccolo di Catania, lo scorso 28 Gennaio, potremmo dire che esso rende visibile la vena sotterranea di sangue che avvinghia tra di loro Clitennestra, moglie e madre tradita, il re degli Achei, Agamennone, fulcro da cui si parte una raggiera di odi e vendette contrapposte e speculari, e Cassandra sua giovane e involontaria amante. Sovrana su tutto la Vendetta di Clitennestra, invasata da un furor che non dimentica di punire, femmina e madre fino in fondo, fino a ricavare dal fondo scuro dell?istinto la cesoia di un delitto maturato da una ragione maschia. È un?accesa e androgina Cinzia Maccagnano, sapiente curatrice della drammaturgia tra Omero, Eschilo e Yourcenar, che, senza mai cedere ai canoni di una estetica leziosa, imprime in voci e gesti una magnitudine tuonante dell?emozione e al volto ispirate contrazioni da maschera tragica. La sua è una figura estrema e gigantesca, notturna e ossessiva, ruvida come scavata in pietra lavica, che attraversa ogni sfumatura della femminilità, con un?interpretazione che è soprattutto ferina e sanguigna, materna e lussuriosa.
Sulla scacchiera insieme a lei si muove, centripeta e centrifuga, Cassandra, entrambe pedine scosse da un unico epicentro, Agamennone, un coriaceo Aurelio Gatti, Motore Immobile, Demiurgo dei destini che gioca ad incrociare, despota ed egemone sulle traiettorie dei sentimenti. Gatti, che raramente si propone sulla scena, incede stagliandosi dal fondo come punto di fuga in cui tutto si risolve, sostenuto dal coraggio di una sagoma inconfondibile da cui emana un magnetismo di attrazione e soggezione che non lascia indifferenti.
A dispetto di un?espressività corporea che potrebbe sembrare perfino sciatta, ridotta a schema, lo spettacolo è completamente risolto nelle innumerevoli variabili delle visioni, tutte riconducibili ad un?unica figura, metafora del dramma, cioè la forma triangolare in cui da un solo vertice si avviluppano e si sciolgono due donne, una carnefice, l?altra vittima, una dominatrice del verbum, l?altra Profetessa che non pro-ferisce, a-fona, veggente di una sorte che l?altra sta per realizzare con mano sicura, una fatta di azione e pensiero, l?altra di un anti-vedere che interpreta le linee del fato.
Così Cassandra dai mobilissimi capelli, una filiforme e ossuta Luna Marongiu, vive e muore nel suo consapevole ruolo di vittima, soffocata con un mano sulla bocca da colei che quella parola gliel?ha tolta.
Lo spazio diventa allora luogo di interazione di alchimie,di tensioni liriche e muscolari, che oppongono una femminilità spietata ad una tenerezza da agnus dei, una concupiscente libido ad una tattica da strategia militare.
Alla fine lo spettacolo potrebbe essere solo e soltanto una intelaiatura di relazioni fatte di spazi e fisicità eppure esso è un vigoroso concerto per corpi e voci, un?architettura di frastagliate movenze ed erotiche pulsioni, dove la scrittura segnica è sembrata asciutta, ma non povera, e in cui la drammaturgia del corpo è sempre inevitabilmente seducente.
A consacrare il nostro Aurelio Gatti come regista immaginifico, inesauribilmente preda di una istintuale follia creativa, e la Maccagnano sua feconda e validissima collaboratrice, questa piece pone una pietra su un lungo percorso che di pietre miliari ne conta davvero tante.

FILIPPA ILARDO

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