A MORGANTINA “MNEMOSYNE IL RITORNO DI AFRODITE”.

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Il “ritorno della Venere di Morgantina ” ( previsto per il 2011) è stato il pretesto per creare una messainscena fortemente caratterizzata dal dibattimento sull’identità culturale. Il passaggio al tema della “memoria” è stato naturale: come elemento distintivo e  parte fondante il genius loci di un territorio, ma anche di un popolo , capace di esprimere il valore fondamentale per una terra antica come la Sicilia: la memoria quale presupposto per la conoscenza e la consapevolezza delle proprie origini, senso di appartenenza ad una terra e alla sua storia. La Venere di Morgantina, tanto attesa quanto dibattuta, è l’occasione per affrontare, con i tempi della messa in scena, il tema culturale più urgente e comune a tutto il Meridione del nostro Paese: il rischio di perdita della identità storica e artistica del Mediterraneo. Quindi si è immaginata una trama in cui il dibattimento sull’imminente ritorno della Venere si trasforma in una rappresentazione dell’ umanità variegata, ora grottesca ora d’operetta, comunque partigiana, che esprime posizioni e proposizioni contrastanti, dimentica della natura dell’oggetto e dell’intimo senso dell’evento…. .

E mentre si discute sul come, il quando e il dove sistemare l’importante reperto, giunge, lei, la Venere. E sicuramente recherà argomenti e fatti dimenticati, sensi e significati offuscati da una cultura sempre più estranea ae marginale all’uomo.

Come nella tradizione tragica, il deus ex machina costituisce l’intervento chiarificatore, il significato a prescindere la logica della soluzione . La Venere , come dirà l’Archeologo personaggio della nostra messainscena, è solo una statua di pietra perchè  Afrodite abita non le pietre per lei forgiate ma solo quelle che sono amate, volute e pregate….. La storia della Venere è la storia della sua terra e  questa corrisponde ad una esperienza, unica e originale.

per una Memoria e dei Luoghi e dell’Arte

Mnemosyne, nella mitologia dell’antica Grecia è la personificazione della Memoria, è figlia di Urano e di Gaia, appartiene al gruppo delle Titanidi. La leggenda dice che da nove notti di unione con Zeus, nacquero le nove Muse, che non sono soltanto le cantatrici divine, ma presiedono al Pensiero, sotto tutte le sue forme: eloquenza, persuasione, saggezza, storia, matematica, astronomia.

Galimberti ci informa che: “la memoria è la capacità di un organismo vivente di conservare tracce della propria esperienza passata e di servirsene per relazionarsi al mondo e agli eventi futuri… .” Si potrebbe azzardare che la Memoria sia lo strumento attraverso cui il pensiero si estende lungo tutta la dialettica del tempo: passato, presente, futuro; che essa rappresenti l’estensione e la sua immortale presenza; la memoria infatti ci riporta ad altri concetti filosofici e fisici: il tempo, lo spazio e quindi il divenire.

Aristotele nel “De memoria” sostiene: “La memoria non è dunque né sensazione, né concetto, ma un certo possesso o affezione di queste ultime, quando interviene il tempo.. Cosicché quelli che percepiscono il tempo sono gli unici, fra gli animali, a ricordare, e ciò per mezzo di cui ricordando è ciò per mezzo di cui essi percepiscono (il tempo)”. Parlare della memoria ci riporta all’origine del pensiero occidentale ovvero alla filosofia greca. Platone è il primo filosofo a dare una rilevanza filosofica alla memoria .

La memoria è un concetto complesso che si insinua nel cuore del divenire; essa è il filo conduttore tra il passato e il presente; la memoria evoca il tempo, il divenire, il movimento, il molteplice quale altro lato dell’essere.

La memoria ha quindi duplici contenuti a seconda che il soggetto in questione sia la dimensione particolare o la dimensione sovrapersonale. Si distingue tra una memoria personale e una memoria sociale: “che rappresenta uno dei modi fondamentali di affrontare i problemi del tempo e della storia, in rapporto a cui la memoria si trova ora indietro ed ora più innanzi”. Schelling riflette sul fatto che nell’uomo: ” il principio sovramondano non è libero nella sua purezza originaria, ma legato a un altro principio inferiore. Quest’altro principio è esso stesso il risultato di un divenire e quindi per sua natura nesciente e oscuro; esso oscura necessariamente anche quello più altro, col quale si trova unito. In quest’ultimo giace il ricordo di tutte le cose.

“La memoria, quest’arte di saper trattare col tempo è infatti – per Maria Zambrano- un elemento decisivo, perché coinvolge la modalità stessa della conoscenza e rappresenta il necessario elemento mediatore, e di riscatto, tra vivere e pensare”.

La memoria ci riporta a noi stessi, anche se essa necessariamente si accompagna al processo inverso, ovvero allo smantellamento delle nostre vecchie identità: nel bisogno di dimenticare si cela il bisogno di cambiamento.

“Questo è l’essenziale e interminabile lavoro della memoria nella sua funzione vitale per il pensiero e la conoscenza: vedere di nuovo. (…)Tornare e vedere esseri e cose afferrati sempre a metà dall’intelletto, violentemente catturati dalla percezione, o lasciati passare senza reagire e precipitati tutti negli inferi dove giace e geme quanto è stato visto solo a metà, sottratto violentemente al suo ambiente; ciò che è stato appena intravisto, ‘a malapena vissuto’, che non ha avuto tempo per essere del tutto vivo… La ‘ricerca del tempo perduto’, in cui consiste la memoria riscattante, non è l’attardarsi nostalgico nelle immagini del passato, nell’impossibile ricerca di far rivivere l”ora di ‘allora’, ma l’accordare alla vita vissuta quello che non le fu concesso: più tempo per poter permanere; il tempo di una rinascita, di una nascita in altro modo, questa volta nel campo della visione. La memoria riscatta non dal tempo ma dalla potenza negatrice del tempo, offrendo a ciò che è caduto fuori dalla vista _ che si è lasciato sfuggire nella fugacità del tempo, che per distrazione o fretta di andare abbiamo lasciato ai margini della strada e che solo rifacendo il percorso possiamo davvero vedere _ un ‘essere’, ossia stabilità e permanenza, capacità di resistere all’impeto della corrente”

La memoria e il suo rovescio: il “vuoto”, il superamento del divenire, sono uno strumento del Sé nel quale si manifesta il cammino interiore; i ricordi ci indicano le dinamiche su cui dobbiamo lavorare, ma ci rimandano anche ai momenti positivi, alla percezione di essere nella vita, di essere la vita, percezione che dobbiamo preservare nei momenti bui, cupi.

Spesso senza nessun motivo apparente ci arrivano ricordi , altre volte un sentire antico che ci permette di percepire la vibrazione di “essere semplicemente vivi” e di “essere eterni”. In questi momenti è difficile distinguere il passato dal presente e dal futuro. In questi momenti la memoria non ci rimanda a momenti frantumati della nostra vita. In questi momenti il vuoto dei mistici, il presente assoluto, lo spirito, la sacralità non hanno altro luogo che il nostro essere. In questi momenti non possiamo non vedere dietro alla memoria una mano ferma e sicura che ci porta là dove dobbiamo stare, là dove l’unica cosa che non c’era ancora è la nostra presenza.

Un omaggio a Severino e al suo pensiero seducente: “La “memoria” non conserva i barlumi del passato, ma lo mostra intatto, nel suo essere ciò che da sempre e per sempre esso è. L’apparire del risultato non è l’apparire del tempo, ma del sopraggiungere degli eterni”.

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