PIAZZA ARMERINA. FESTA DEL IV NOVEMBRE. MESSAGGIO AI FEDELI DEL VESCOVO MICHELE PENNISI

Print Friendly, PDF & Email

“Sarà celebrato quest’oggi nel Sacrario dei caduti di Enna il 92° anniversario della fine della grande Guerra la Festa dell’Unità nazionale e delle Forze Armate e ricordare tutti i caduti di tutte le guerre, su tutti i fronti. 92 anni fa 4 novembre del 1918 terminava la Prima Guerra Mondiale, che vedeva molti Stati schierati gli uni contro gli altri in un conflitto che in quattro anni causerà la morte di parecchi milioni di persone fra cui 670.000 italiani senza contare i feriti e i mutilati . Era il 1° agosto 1917 quando il Papa di allora, Benedetto XV, definì la guerra in corso una “inutile strage”. Si trattò della “Grande Guerra” come venne definita prima che se ne potesse immaginare una seconda, che scoppierà appena 21 anni dopo, ed avrà esiti ancor più disastrosi. Oggi noi ricordiamo l’enorme sacrificio di esseri umani che la prima grande guerra – così come tutte quelle che l’hanno preceduta e poi seguita – ha portato con sé e ci vogliamo impegnare ad essere ogni giorno costruttori di pace. La pace è fondamentale diritto dell’uomo. Non si può ottenere senza la tutela dei beni delle persone, senza la libera comunicazione fra gli esseri umani, senza il rispetto della dignità dei singoli e dei popoli, soprattutto senza un’instancabile ricerca e salvaguardia della giustizia. Questa data ci offre l’occasione per festeggiare l’unità nazionale raggiunta a prezzo di sacrifici di tante persone che rimane un bene da salvaguardare , nel rispetto delle legittime autonomie locali. Oggi oltre a pregare per i tutti i caduti vogliamo esprimere la nostra riconoscenza a quanti, anche oggi, militando nelle forze armate e di polizia affrontano ogni giorno il pericolo per difendere la legalità, garantire la sicurezza dei cittadini, tutelare la giustizia e la pace. Celebrare la festa delle Forze Armate significa ricordare a tutti le virtù morali che li contraddistinguono e che Paolo VI riassunse in queste parole:” il senso dell’ordine e della disciplina, che sono i valori su cui riposa ogni serena convivenza sociale; quella generosa disponibilità all’abnegazione e al sacrificio, da cui tante volte ormai è sbocciato il fiore purpureo dell’eroismo; il sempre vigile apprezzamento del giusto e dell’onesto, che svela e corregge le insidiose tentazioni del ricorso gratuito alla forza: l’amore alla patria, che nobilita il vostro servizio e vi concilia la stima di coloro – e sono la stragrande maggioranza – che vogliono un’Italia libera, democratica, concordemente protesa, pur nel legittimo pluralismo delle opinioni, alla conquista di mète sempre più avanzate di progresso sociale, di solidarietà, di pace”.
Il compianto Santo Padre Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo delle Forze Armate disse ai militari provenienti da tutto il mondo: ” Voi lottate ogni giorno contro la violenza e le forze disgregatrici del male presenti nel mondo : siete chiamati a difendere i deboli, a tutelare gli onesti, a favorire la pacifica convivenza dei popoli. A ciascuno di voi si addice il ruolo di sentinella, che guarda lontano per scongiurare il pericolo e promuovere dappertutto la giustizia e la pace”.

A 150 dell’unità d’Italia vogliamo riaffermare che l’unità del nostro paese è «un tesoro per tutti» » al quale la Chiesa vuole «partecipare con tutte le energie culturali e nelle forme più varie». Questa «ricorrenza» deve “ trasformarsi in una felice occasione per un nuovo innamoramento del nostro essere italiani», ha detto il cardinal Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, in un convengo a Genova al quale anch’io ero presente, auspicando che «l’Unità d’Italia sia un tesoro nel cuore di tutti e di ciascuno, a cui tutti vogliano contribuire “.
In una lettera che Papa Paolo VI indirizzò all’on.Giuseppe Saragat Presidente della Repubblica Italiana nel settembre del 1970 dopo avere detto che la famosa «questione romana» che tenne divisi tanto aspramente e lungamente gli animi degli Italiani, era stata con libero e mutuo accordo conclusa si chiedeva:”Quali mai voti può avere il Papa per una Nazione, che commemora il fatto culminante del suo risorgimento? I Nostri voti sono di stabilità, di concordia, di prosperità, di progresso sociale e morale, di pace per tutto il Popolo Italiano.”
Questi stessi auguri noi oggi rivolgiamo agli illustri rappresentanti dello Stato presenti a questa solenne celebrazione.
L’unità nazionale per essere effettiva deve affrontare con decisione le questioni irrisolte del divario tra nord e sud del Paese a partire dalla questione cruciale dell’occupazione e delle reti di comunicazione che rischiano di aumentare l’isolamento delle regioni meridionali e di pregiudicare il loro sviluppo futuro in vista dell’allargamento dell’area di libero scambio. La questione meridionale rimane ancora, una “questione nazionale” e “una questione etica” che implica la responsabilità di tutto il Paese.
La parola di Dio che abbiamo ascoltato ci mette davanti all’amore misericordioso di Dio che ha misericordia e compassione di tutti e non vuole la morte del peccatore, ma la sua vita, la sua conversione, la sua gioia.
Dio ci viene incontro con la cura sollecita del pastore che cerca, trova e riporta all’ovile la sua pecora smarrita e si dà da fare per ritrovarci con la preoccupazione e l’ansia di una donna che ha perduto la moneta.
Gesù nel Vangelo di oggi conclude il racconto delle due parabole della pecora smarrita e della moneta perduta con l’espressione.“Vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione». Dio ci ama di un amore immenso ed incontenibile. Tutta la storia della salvezza ne è una chiarissima e splendida dimostrazione.
In Gesù l’opera divina ha trovato il suo culmine quando per ritrovare l’uomo e redimerlo dal peccato ha immolato se stesso sulla croce. La gioia poi è diventata perenne, sicura e garantita nella risurrezione sua e nostra. È diventata la gioia pasquale!
Peccato che tale gioia non sia sempre condivisa dagli uomini! Ciò accade quando noi nei confronti degli altri esigiamo la giustizia e per noi stessi invece la misericordia.
San Paolo che prima della sua conversione confidava nella sua giustizia di fariseo osservante, dopo l’esperienza dell’incontro con Gesù Cristo, diventa il cantore della misericordia e della grazia e afferma che tutto reputa una perdita di fronte alal sublimità della conoscenza di Gesù Cristo.
Anche per noi conoscere Cristo equivale a entrare in relazione con lui, sperimentarne la presenza nel proprio vissuto, accoglierne il dono di grazia. Non si tratta di una conoscenza intellettuale, ma di quell’incontro quotidiano, che interpella e scuote. Un incontro che obbliga a prendere posizione e magari a cambiare rotta operando tagli decisi con quanto incompatibile con la relazione instauratasi. Un incontro di cui, in fondo, ogni cuore è assetato, e di cui non si può fare a meno senza precludersi la possibilità di un’esistenza che valga la pena vivere.
Il nostro incontro con Cristo ha come conseguenza la coerenza tra fede e comportamento pratico.
In un documento del Concilio Vaticano II si dice: “Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile, ma che cerchiamo quella futura, pensano di potere per questo trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno”. In questo modo non solo si coopera per la “gloria di Dio”, ma anche per il “bene comune dell’umanità”.
A questo bene comune a servizio della giustizia e della pace siamo chiamati a dedicarci tutti, ma in modo particolare i tutori dell’ordine pubblico.
Oggi vogliamo pregare il Dio ricci di misericordia perchè benedica l’Italia e assista e illumini i suoi governanti affinché operino instancabilmente nella concordia per il bene comune .
Oggi mentre esprimiamo il più vivo apprezzamento per tutti coloro che sono al servizio della Patria con continua dedizione e generoso impegno , in questa celebrazione eucaristica, vogliamo rendere omaggio a tutti coloro che hanno fatto della loro vita un dono gradito al Signore e sono morti nell’adempimento del loro dovere nel difendere la patria e garantire la sicurezza dei cittadini e li affidiamo al Signore misericordioso con gratitudine e ammirazione”.

+ Mons. Michele Pennisi Vescovo di Piazza Armerina

Related posts