“CURRI L’ARIA”, DEBUTTO NAZIONALE PER LO SPETTACOLO DELLA COMPAGNIA DELL’ARPA ALLA RISCOPERTA DELL’UNITÀ D’ITALIA ATTRAVERSO GLI OCCHI DELLE DONNE CHE HANNO AMATO IL GENERALE GARIBALDI CON LE MUSICHE DI INCUDINE. INGRESSO A INVITI O SU PRENOTAZIONE

Print Friendly, PDF & Email

Debutto nazionale per lo spettacolo “Curri l’aria” allestito in occasione della Festa nazionale dei 150 anni dell’Unità d’Italia, giovedì 17 marzo alle ore 21 al teatro Garibaldi di Enna. La produzione della Compagnia dell’Arpa di Enna esordirà con le musiche di Mario Incudine (tratte dal suo ultimo cd “Beddu Garibbardi”), la regia di Angelo Di Dio e Filippa Ilardo e la direzione artistica di Sebastiano Gesù. L’epopea garibaldina è incarnata, raccontata e giudicata per una volta da due rappresentanti dell’universo femminile realmente esistite, l’artista Emilia Testa e la giornalista inglese Jessie White. Immaginando un loro incontro e un loro dialogo, si scava dentro la memoria storica del risorgimento siciliano seguendo il ritmo di quei canti popolari che incitavano alla “libertà” il popolo, soprattutto i giovani e le donne. Le due protagoniste si immergono nei ricordi e si trasfigurano nelle tante donne che amarono il generale Garibaldi: da Giuseppina Raimondi, da lui sposata e ripudiata dopo qualche ora, alle monache che di lui si innamoravano e sventolavano fazzoletti al suo passaggio, fino alla mitica Beppa la Cannunera, ardita eroina catanese che combatté al fianco dei Mille, e la bella Anita, fedele compagna di battaglia e madre dei figli dell’eroe dei due Mondi.
Lo spettacolo, che vede in scena come protagoniste le attrici Elisa Di Dio e Nadia Trovato, assieme al cantautore Mario Incudine e ai musicisti Antonio Vasta (fisarmonica, organetto e zampogna “a paru”), Antonio Putzu (flauti etnici e popolari) e Francesca Incudine (voce, tamburi a cornice e percussioni), è firmato a quattro mani dallo storico Rocco Lombardo (che si è occupato delle ricerche storico-letterarie del testo) e da Elisa Di Dio, che ne cura anche la drammaturgia. Le scenografie sono curate da “Scenografie Izzo” di Roma, i costumi sono stati disegnati e realizzati dallo stilista Luca Manuli, la direzione di scena è di Sabrina Sproviero, i macchinisti di scena sono Salvatore Bellanti e Paolo La Monica, l’organizzazione è di Aurora Tilaro e Noemi Pintus, le assistenti alla regia sono Oriana Cardaci e Marianna Palillo e le foto di scena di Maria Catalano.

L’evento rientra nei festeggiamenti organizzati dalla Prefettura di Enna per i 150 anni dell’Unità d’Italia e gode del patrocinio del Comune di Enna, dell’assessorato al Turismo e allo spettacolo della Regione Sicilia e del sostegno della società “Dante Alighieri”, comitato di Enna.

Ingresso gratuito a invito o su prenotazione su prefettura.enna@interno.it o ai numeri 0935.522549 e 0935.522539.

P.S.: Date le tante prenotazioni già pervenute e l’impossibilità di far entrare all’interno del teatro Garibaldi più di 300 spettatori, gli organizzatori stanno già programmando delle repliche dello spettacolo “Curri l’aria” a Enna. La data delle rappresentazioni sarà comunicata nei prossimi giorni.

Mariangela Vacanti

NOTE DI REGIA

Lo spazio è quello del retro di un teatro in disfacimento, antiretorico, asciutto, il rovescio di ciò che poteva essere e non è stato, ma che ha lasciato un respiro di poesia in forma di musica.

La musica è quella popolare che correva per le strade di una sollevazione fatta dalla gente, dai giovani, dagli uomini, ricchi e poveri, e non ultimo, dalle donne.

Il tempo è quello all’indomani di un tempo epico, quindi necessariamente prosaico, un tempo che lascia l’amaro in bocca perché troppo dolci sono state quelle idee di libertà, di trasformazione, di novità. Su tutto corre un’aria, quella della rivoluzione, della speranza, del cambiamento, della musica, l’aria, il fiato, di una storia in fieri, come un enorme, grande alito che ognuno può condividere.

In questo spazio, alla ricerca di questa musica, l’incontro due donne, realmente e storicamente esistite, prelevate dai libri di storia, e assunte a simbolo del destino dell’universo femminile, amato, tradito, capito ma, forse, mai profondamente. È un modo, il più antiretorico possibile per rileggere l’impresa garibaldina in Sicilia, un’impresa immensa e dai toni epici, qui attraversata dall’ottica demistificante delle donne.

Emilia Testa, un’artista che sta per lasciare le scene per volontà dell’uomo che ama, Jessie White, giornalista inglese al seguito di Garibaldi,  che sulla sua pelle ha vissuto l’eroismo di quei giorni e il disinganno seguito alla memorabile impresa dei Mille, da lei coraggiosamente documentato con inchieste e sulla povertà e il degrado meridionale, soprattutto nelle zolfare. Dal fondo scuro della sua memoria si sprigionano quelle sonorità mediterranee, carnali, vitali, assetate di libertà e di giustizia che sono la voce arcaica della gente del sud. Alla musica è affidato il senso lirico ed eroico delle gesta garibaldine, capace come è di proiettarci su un tempo mitico e ricreare quella temperie di grandiosità leggendaria che era il respiro dell’epoca.

Le donne si arrogano il diritto di raccontare la loro verità, proprio perché la storia non può e non deve essere solo quella dei vincitori e la memoria di quei giorni non sia consegnata esclusivamente alla retorica di una festa, ma divenga uno sguardo onesto ad una pagina del nostro passato dalle tante contraddizioni. Eppure ogni giudizio storico non può mai essere univoco, né si può misconoscere il significato di quella partecipazione totale alla causa della liberazione, quell’epopea gigantesca cui il popolo riversava generosamente il proprio sangue, la necessità di vedersi e sentirsi protagonista, la volontà di riscatto, l’istinto di scuotersi di dosso secoli di sopraffazione.

Le due donne si interrogano sui loro destini e, nell’intrecciarsi di questo dialogo crudele e liberatorio, i ricordi si animano di vera vita, prendono forma, prendono i suoni di un tempo, rumori di battaglie e canti di liberazione, si personificano le tante donne che gravitarono attorno a Garibaldi e alla sua figura mitica, Giuseppina Raimondi, da lui sposata e, dopo poche ore, ripudiata, perché incinta di un altro uomo; le suore che di lui si innamoravano; Beppa la Cannunera, impavida eroina catanese che combatté al fianco dei Mille, e Anita, indomabile donna-guerriero, compagna di battaglia, impetuosa e combattiva.

FILIPPA ILARDO – ANGELO DI DIO

NOTA DELL’AUTORE

Della grandiosa epopea risorgimentale si sa tanto, ma non tutto né in modo affatto veritiero, costellata com’è di reticenze e mistificazioni, menzogne e imprecisioni. Né tantomeno nella sua pluridecennale divulgazione si è dato il meritato risalto alle  numerose figure femminili che pure ne sono state protagoniste attive e partecipi, destinate invece a finire relegate nell’opacità delle pieghe della grande storia. E lì rimaste, sopraffatte da personaggi maschili, ingigantiti dalla retorica e dagli opportunismi, divenuti, loro sì, emblematici di un movimento inebriato dai nuovi ideali di libertà, emancipazione, giustizia, già altrove raggiunti ma all’epoca in ogni angolo dello Stivale ancora incompresi, soffocati, repressi.

Nell’ambito di quel vasto mosaico, fatto di tessere ora  splendenti delle nobili aspirazioni ora imbrattate del sangue dei tanti “fratelli d’Italia”, da qualche tempo tendono ad affiorare sempre più incisivamente dalla piatta penombra tante microstorie legate all’universo femminile, deciso a reclamare il suo ruolo così determinante nel martoriato processo dell’unificazione patria, come del resto è stato sempre risolutivo, per tanti versi in modo imprescindibile seppure sottovalutato, in tanti momenti cruciali del percorso che sin dalla notte dei tempi l’umanità ha intrapreso.  

Le due donne (ma in loro si rispecchiano tante altre)  su cui si impernia la storia narrata in Curri l’aria emergono a tutto tondo, dai documenti d’archivio, dai ricordi dei discendenti, dagli aneddoti ancor vivi nell’immaginario collettivo ennese, per l’una, il soprano Emilia Testa, bellissima giovane passata avventurosamente da una errabonda vita d’artista a un’esistenza quieta e felice di sposa del barone Enrico Militello di Castagna, parente del pugnace garibaldino Angelo Varisano; dai manuali di storia e dai suoi stessi articoli giornalistici, carteggi e volumi dati alle stampe, per l’altra, l’inglese Jessie White Mario, ardita garibaldina e pioniera propugnatrice dei diritti delle donne.

Se frutto di fantasia è il loro incontro immaginato nel teatro appena inaugurato dell’ottocentesca Castrogiovanni, veritieri sono invece i sentimenti che esprimono, anche a nome delle altre donne che nella finzione scenica vanno  rappresentando, così tipici del mondo femminile, considerato tradizionalmente votato a naturali atti di rinuncia e abnegazione ma non a bene accetti gesti di contestazione e di eroico ardimento che, ritenuti a torto appannaggio esclusivo dell’uomo, inevitabilmente sfociavano in ostracismo, diffidenza, condanna, preludio e corollario di amare sconfitte.  Sul momento il più delle volte scontate ma che alla lunga si rivelavano fittizie  perché, scaturendo da ideali  dalle radici ben salde e profonde, diventavano seme e speranza di frutti sicuri e sani, anche se bisognosi di tempo per maturare.

Tra Jessie ed Emilia, pur se in apparenza arroccate su punti di osservazione diversi, ma alla fin fine concordi su affinità di aneliti, si inseriscono, in un  accattivante gioco scenico di suggestivi incastri, altre figure di donna, dotata ognuna di una propria sfumatura di carattere e sentimento, capaci tutte però di mostrarci le più varie sfaccettature del poliedrico e complesso animo femminile, scandagliato al di là dell’angusto limite della vicenda locale grazie al sottile ma tenace e persistente riferimento a Garibaldi, assurto per l’occasione a metafora di una indispensabile, complementare e inedita altra “metà del cielo”. Ma pure divenuto utile e insostituibile aggancio per ancorare la vicenda nel clima patriottico della temperie risorgimentale, ricca di luci ma offuscata da tante ombre, tra cui l’assenza di un forte tributo di plauso e segno di gratitudine alle tante “sorelle d’Italia” che col loro agire per lo più silenzioso hanno contribuito alla formazione di una Patria italiana libera e unita.

Il lavoro teatrale, pertanto, tende ad assegnare al ruolo svolto dalle donne nel processo di unificazione nazionale, ingiustamente considerato subordinato a quello maschile, la originale rilevanza che merita, per riscattare la poca o nulla visibilità finora accordata alle tante e straordinarie figure femminili che, appartenenti alle più diverse estrazioni sociali, con determinazione e chiarezza di progetti, si impegnarono direttamente nelle cospirazioni, nelle lotte, nelle attività assistenziali, a beneficio soprattutto di quelle fasce di popolazione più bisognose di un riscatto sociale dal disagio della povertà, dell’analfabetismo, della subalternità.

ROCCO LOMBARDO

About Post Author

Related posts