ARCHITETTURA ARTE SACRA CONTEMPORANEA NEL XXI SECOLO UN BILANCIO NECESSARIO

Porgo un rispettoso saluto e un profondo ringraziamento alle Autorità Accademiche Amministrative ed Amministrative che hanno voluto questo convengo organizzato in collaborazione fra la Facoltà di Ingegneria, Architettura e delle Scienze Motorie dell’Università  degli Studi “Kore “ di Enna e la Diocesi di Piazza Armerina. In particolare ringrazio il Presidente  prof. Cataldo Salerno , il Rettore Magnifico prof. Gianni Puglisi, il Preside prof. Giovanni Tesoriere e il prof. Maurizio Oddo Presidente del Corso di Laurea di Archiettura, coordinatore del Convegno.
Saluto  gli illustri relatori  e tutti gli studenti. Sono dispiaciuto per l’improvvisa assenza per gravi motivi familiari di Mons. Giuseppe Russo Direttore del  Servizio Nazionale per  l’edilizia di culto della CEI, che viene rappresentato da Mons. Grazio Alabiso Delegato vescovile per l’Edilizia di Culto della Diocesi di Piazza Armerina, che saluto e ringrazio per  l’impegno fattivo dimostrato nel seguire la progettazione e la realizzazione delle  nuove chiese della nostra Diocesi finanziate  dalla Cei con i fondi dell’ otto per mille.
Saluto don Giuseppe Paci  Vicario Episcopale per la pastorale Amministrativa e i Beni Culturali ecclesiastici e direttore del Musero diocesano di Piazza Armerina.
Mi auguro che la collaborazione fra Università Kore, Diocesi di Piazza Armerina e Conferenza Episcopale Italiana possa continuare con l’organizzazione di altri convegni e seminari,di tirocini per  gli  studenti, di mostre e di altre attività nel campo dell’architettura e dell’arte sacra e della tutela e salvaguardia dei beni culturali ecclesiastici.
Obiettivo  di questa iniziativa  è approfondire  la conoscenza  del patrimonio  della

tradizione cristiana, in merito alla bellezza e alla creatività artistica, con l’intento di promuovere un

linguaggio artistico-architettonico che valorizzi l’esperienza del sacro e, attraverso lo studio della

tradizione e l’attenta valutazione della molteplice realtà delle esperienze artistiche dell’oggi,

sviluppi un linguaggio contemporaneo non privo di quei significati simbolici che rinviano l’uomo al

trascendente attraverso la “via pulchritudinis”
La costituzione del Vaticano II “Sacrosanctum Concilium” e la “nobile bellezza”.
Tutti coloro che come me hanno una certa età hanno potuto vivere il cambiamento portato dal Concilio Vaticano II attraverso la riforma liturgica post conciliare.  Si è introdotta la lingua italiana nella liturgia, sono stati rinnovati i libri liturgici, rinnovate le vesti sacre, la  musica e i canti e sono stati  meglio determinati gli spazi celebrativi e c’è stato un rinnovamento nell’arte  sacra e nell’architettura degli edifici di culto.
Per comprendere la bellezza della liturgia è necessario partire dalla concezione della Chiesa che attraverso il suo essere “segno” rende possibile in qualche modo percepire il Cristo sacramento di salvezza(LG1). I sacramenti sono le modalità con cui Cristo comunica a noi la sua salvezza. Dice San Leone Magno: «Ciò che era visibile in Cristo è passato nei sacramenti della Chiesa».
La liturgia è innanzitutto opera di Dio, Bellezza infinita. I criteri fondamentali della bellezza della liturgia vanno  aldilà delle mode  e  non si adeguano ai gusti profani del bello.
La liturgia è atto di Cristo e della Chiesa. Essa si basa sul principio dell’incarnazione e quindi comporta  una dimensione estetica. I gesti della liturgia hanno, dunque, una loro bellezza ed estetica in sé, in quanto gesti di Cristo, prima ancora della bellezza accessoria e secondaria che noi possiamo aggiungere.
Il senso del bello della liturgia non dipende in primo luogo dall’arte, ma dall’amore del mistero pasquale. Per collaborare con la liturgia, l’arte ha bisogno di essere evangelizzata dall’amore.
La bellezza di una celebrazione eucaristica non dipende essenzialmente dalla bellezza architettonica, dalle icone, dalle decorazioni, dai canti, dalle vesti sacre, dalla coreografia e dai colori, ma in primo luogo dalla sua capacità di lasciar trasparire l’ amore compiuto da Gesù.
Lo stile liturgico, come quello di Gesù, deve essere semplice ed austero. Nelle celebrazioni dobbiamo diventare, secondo i Padri del Concilio Vaticano II, maestri dell’arte della «nobile semplicità» (SC 34).
Nella liturgia lo spazio e il tempo sono soggetti alla regola dell’ordine. La bellezza della liturgia è anche frutto dell’ordine che riguarda varie realtà: il tempo, lo spazio, le relazioni con gli altri.
A quasi cinquant’anni dalla prima costituzione del Vaticano II  sulla Liturgia , la “Sacrosanctum Concilium” promulgata il 4 dicembre 1943 siamo invitati a studiare il contributo che questo documento ha dato all’arte sacra e alla costruzione degli edifici destinati al culto.

È di fondamentale importanza, progettando una chiesa, avere presente il vero scopo di quell’edificio e l’insondabile Mistero che in esso accade: l’incontro sacramentale tra Dio e gli uomini  attraverso  segni visibili.
L’arte costituisce una delle più nobili manifestazioni dello spirito umano, cioè della superiorità ontologica dell’uomo rispetto al resto del creato. L’uomo invece di limitarsi ad usare della realtà circostante per il mero soddisfacimento dei propri bisogni primari, la plasma per esprimere e, in qualche modo, riprodurre la bellezza sperimentata in quell’incontro con il creato che è sempre un potente richiamo al rapporto con Dio.
Tuttavia l’uomo non ha mai potuto rappresentare Dio stesso, se non commettendo un’inaccettabile riduzione, commisurando cioè l’assolutamente Trascendente alla realtà materiale, attraverso immagini antropomorfiche Tale riduzione ha assunto, specialmente nella storia ebraica e poi nelle principali culture religiose monoteistiche, il nome di “idolatria”.
Vi è però un punto di non ritorno nella storia dell’umanità, e quindi anche nella storia dell’arte, costituito da quella novità assoluta che è l’Incarnazione del Verbo eterno di Dio. Dal momento in cui, circa duemila anni fa, il Figlio di Dio  si è reso visibile e incontrabile nella Persona di Gesù di Nazareth, all’uomo è stato dato anche di poter rappresentare realmente il Divino.

L’arte è una partecipazione all’opera creatrice di Dio   che tende a riprodurre qualcosa dell’infinita bellezza di Dio  che per noi cristiani si è resa visibile in Gesù Cristo.
L’Arte sacra cristiana  è chiamata a rendersi veicolo di quella sola Bellezza che porta a Dio. Gesù Cristo, il volto umano di Dio, è la bellezza di Dio che si rende visibile. “Non v’è e non può esservi niente di più bello e di più perfetto che il Cristo”, esclama il grande romanziere russo Dostoevskij.
E’ quindi fondamentale  approfondire il rapporto tra arte e fede e nel nostro specifico arte e liturgia.
Erede delle indicazioni tridentine, che nel De Fabrica del 1577 di San Carlo Borromero, avevano conosciuto la traduzione plastica e preso corpo in decine di costruzioni, la Chiesa aveva mantenute integre per diversi secoli le direttive del Concilio di Trento.
L’edificio-chiesa quale si presenta generalmente tra il Concio di Trento e il Vaticano II mostra in genere una forte separazione fra l’edificio sacro e lo spazio esterno e all’interno dell’aula tra la navata e il presbiterio separati da una balaustra. Queste separazioni sono state modificate con il Concilio Vaticano II:
C’è una connessione profonda  tra architettura e liturgia come sostenne   Marcel Proust “un laico che si diceva ateo” che  nel 1905 contrastò le leggi  che volevano chiudere al culto le cattedrali francesi per destinarle ad altre funzioni.
La connessione che da sempre ha congiunto la liturgia e l’arte obbligava la Chiesa a puntualizzare, col mutare delle mode e dei gusti estetici, la necessità di legare l’arte alle esigenze della celebrazione e alla natura del sacro. In tal senso va intesa la precisazione della enciclica Mediator Dei, emanata dal Papa Pio XII il 20 novembre 1947, che affermava:
“Non si devono disprezzare e ripudiare genericamente e per partito preso le forme ed immagini recenti, più adatte ai nuovi materiali con quali esse vengono oggi confezionate: ma evitando con saggio equilibrio l’eccessivo realismo da una parte e l’esagerato simbolismo dall’altra, e tenendo conto delle esigenze della comunità cristiana, piuttosto che del giudizio e del gusto personale degli artisti, è assolutamente necessario dar libero campo anche all’arte moderna, se serve con la dovuta riverenza e il dovuto onore, ai sacri edifici ed ai riti sacri”.

Pio XII  scrive la sua enciclica  in un  delicato momento  in cui venivano affrontate importanti tematiche liturgiche, messe in discussione dalle ricerche del benedettino Odo Casel, come non dobbiamo dimenticare che siamo nell’immediato periodo post bellico e dopo quelle devastazioni tante furono le chiese ricostruite o riparate poiché andate danneggiate dai bombardamenti. Non per nulla uno dei libri liturgici del quale, fu invocato l’ammodernamento fu quello del rito della Dedicazione delle Chiese.
In linea con la Mediator Dei  nel 1957 una istruzione del Sant’Uffizio che precisava:

“l’architettura sacra, anche se assume nuove forme, deve adempiere sempre il suo ufficio, che è di costruire la casa di Dio, casa di preghiera giammai assimilabile a edificio profano. Miri pure alla comodità dei fedeli, rendendo loro seguire, con la mente e con gli occhi, lo svolgimento delle sacre cerimonie,; all’eleganza delle linee, ma non disprezzi al semplicità per dilettarsi di vuoti artifizi, e soprattutto eviti con cura tutto quello che possa rivelare negligenza nell’opera d’arte”.

Le indicazioni erano anche generalizzate in diversi canoni del Codice di Diritto Canonico (1162,§1, 1164, 1268, 1269) nei quali emergeva con una certa chiarezza la natura formale della liturgia e in un certo senso era taciuto il coinvolgimento della comunità celebrante delegando all’autorità dell’ordinario e alla sua sollecita vigilanza la fedeltà alla tradizione e alle esigenze dell’arte sacra.
Con i primi segnali di Rinnovamento liturgico cominciarono a sorgere inesorabilmente quelle sensibilità che volsero la loro attenzione anche all’architettura. In Germania il fermento di rinnovamento ben presto portò l’arte e la liturgia a confrontarsi e a ricercarsi con insistenza e con frutto,  ma  anche in Italia non tardarono a presentarsi diverse occasioni di confronto che portarono a maturazione iniziative per trovare strade che portassero alla formulazione di principi di collaborazione tra arte e liturgia, capaci di darsi spazi operativi che dessero libertà all’inventiva artistica e rispettassero le esigenze liturgiche che cominciavano ad avere nuove letture teologiche e rituali.
Questo clima di novità creerà una tensione positiva tra l’antico e il moderno, infatti, non saranno pochi i progetti ibridi che vorranno conciliare il   vecchio modo di costruire le chiese con gli edifici di nuove costruzioni.
Un esempio esplicativo di questa tensione è certamente la costruzione avvenuta intorno agli anni ’50, della parrocchia San Giacomo di Gela, progettata dall’architetto Cardella.(diapositiva 3)
Sollecitato dalla forte personalità del parroco Di Fede, lungimirante e attento pastore, il progettista, pur rimanendo ancorato alla tradizione plastica della chiesa monumentale, esprime la tensione positiva dettata dalla novità liturgica che si faceva strada già prima del Concilio, costruendo un meraviglioso ciborio e due amboni in bianco Carrara a forma di tribuna rialzata, posti in prossimità del presbiterio, destinati rispettivamente alla proclamazione delle letture e del vangelo. L’aula, altissima, è divisa in tre navate, ma quelle laterali fungono da deambulatorio con l’assenza di altari laterali, se non due soltanto nei finali del transetto. Il progettista, sebbene mantenga la costruzione della balaustra di minima altezza, concentra nella navata centrale l’area celebrativa che fa tutt’uno con il presbiterio annunziato dal transetto che non separa, ma è spazio che congiunge e si presta ad essere spazio destinato alla celebrazione dei sacramenti e dei sacramentali (matrimoni, funerali, riti di accoglienza nel battesimo). (diapositiva 4)
L’artista, però, non si slega dallo schema  post-tridentino che relega l’altare a ridosso della parete absidale, lasciando solo lo spazio per i movimenti rituali dell’incensazione dell’altare. L’altare venne pensato per la celebrazione con le spalle rivolto al popolo, ma che si prestò subito dopo il concilio, alla celebrazione frontale. Se il progettista lo avesse posizionato qualche metro più avanti, questa sarebbe certamente una chiesa che non avrebbe conosciuto il trauma dell’adattamento liturgico che tuttora non si riesce a formulare architettonicamente, proprio per la sua configurazione ibrida.
Questa mistura di spazi e solidi offrono una visione organica che hanno concesso ai fruitori degli anni ’50/’60 di godere del fluido passaggio dal  vecchio al nuovo modo di celebrare senza le disconnessioni che provocò il transitare da una epoca culturale ad un’altra.
Il Concilio Vaticano II non si occupò direttamente di Architettura,ma nella Costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium dedicò un intero capitolo all’Arte sacra e alla suppellettile sacra.
La novità “copernicana” del Vaticano II riguardo all’architettura per la liturgia- sostiene Crispino Valenziano si esplica attraverso alcuni passaggi obbligati: lo spazio cultuale è costruito per l’azione liturgica(SC 26), non per una rappresentazione a cui assistere da spettatori ma per la celebrazione rituale propria della comunità(SC 21); lo spazio cultuale è edificato per la partecipazione “consapevole, attiva, efficace”(SC 11.14) del popolo di Dio che esercita il sacerdozio regale;l’edificio sacro è edificato per la celebrazione di tutti i riti liturgici non solo per uno di essi.(SC 124.128).
Al n. 122 con cui inizia il capitolo sull’arte sacra si afferma:”  
Fra le più nobili attività dell’ingegno umano sono annoverate, a pieno titolo, le arti liberali,   soprattutto l’arte religiosa e il suo vertice, l’arte sacra. Per loro stessa natura, queste arti tendono ad esprimere in qualche modo, nelle opere umane, l’infinita bellezza di Dio, e tanto più sono volte a lui e all’accrescimento della sua lode e della sua gloria, in quanto non hanno nessun altro intento che quello di contribuire nel miglior modo possibile a indirizzare pienamente verso Dio lo spirito dell’uomo. Per tali motivi la santa Madre Chiesa ha sempre favorito le arti liberali, e ha sempre ricercato il loro nobile servizio, specialmente perché gli oggetti destinati al culto splendessero veramente per dignità, decoro e bellezza, segni e simboli delle realtà soprannaturali: ed ella stessa ha  formato degli artisti.”
Al n. 123 In linea di principio il Concilio dichiara che :
“la Chiesa non ha mai avuto come proprio un particolare stile artistico, ma, secondo l’indole e le condizioni dei popoli e le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca, creando così, nel corso dei secoli, un tesoro artistico da conservarsi con ogni cura. Anche l’arte del nostro tempo e di tutti i popoli e paesi abbia nella Chiesa libertà di espressione, purché serva con la dovuta riverenza e il dovuto onore alle esigenze degli edifici sacri e dei sacri riti. In tal modo essa potrà aggiungere la propria voce al mirabile concerto di gloria che uomini eccelsi innalzarono nei secoli passati alla fede cattolica.” (SC 123).

Nel n. 124 dopo aver affermato che “ nel promuovere e favorire un’autentica arte sacra, gli Ordinari procurino di ricercare piuttosto una nobile bellezza che una mera sontuosità” accennando alla costruzione degli edifici sacri si raccomandava:” ci si preoccupi diligentemente della loro idoneità a consentire lo svolgimento delle azioni liturgiche e la partecipazione attiva dei fedeli”. (SC124b).

Sa da una parte la libertà artistica si fondata sulle diversità culturali è pur vero che questa libertà d’espressione è necessario “che serva con la dovuta riverenza e il dovuto onore alle esigenze degli edifici sacri e dei sacri riti”. Quali sono queste esigenze?
Dai documenti conciliari emergono alcuni principi che sono la base di lancio dalla quale gli artisti hanno potuto trarre gli input per le loro elaborazioni artistiche.
Noi le riassumiamo con poche parole: Una nuova visione di Chiesa, popolo di Dio e corpo mistico di Cristo radunato dallo Spirito, la riscoperta della liturgia come evento che celebra il Mistero pasquale a cui tutti i fedeli in quanto popolo di Dio, sono chiamati a parteciparvi attivamente.
Si tratta di garantire la idoneità alla celebrazione delle sacre azioni” e  di favorire “l’attiva partecipazione dei fedeli” servendosi della “nobiltà della forma” che sia segno della trascendenza.
Questi principi divengono linee direttive che sottoposte allo studio attento e puntuale dei tecnici amplificano i contenuti e aprono il ventaglio delle condizioni necessarie alla formulazione di nuove progettualità e che forniscono ai tecnici le esigenze nuove che la Comunità committente chiede siano assecondate.
Ricomincia così un processo dialogico assai fecondo con il mondo dell’arte, il discorso di Paolo VI agli artisti, tenuto nella Cappella Sistina il 7 maggio 1964 è l’emblema di questo connubio fecondo che nei secoli ha prodotto la meraviglia del bello e nelle parole appassionate del grande Pontefice emerge il desiderio di una continuità di collaborazione feconda e operativa.
In tal senso il Santo Padre Paolo VI ha incarnato il più profondo significato dell’espressione dell’arte come simbolizzazione contemporanea della ricerca del bello ed evento plastico che “significa” l’incontro tra il relativo storico e l’assoluto divino.
Con il post Concilio l’architettura è chiamata a leggere i contenuti teologici prima e le esigenze pratiche poi di una Comunità che è il committente della casa dove essa si raduna, convocata dallo Spirito per formare un solo corpo e celebrare l’evento pasquale nei divini misteri.
La progettazione, nonché la composizione degli spazi non è formulata da presupposti di staticità che declinano alla compostezza di un certo fissismo rituale la responsabilità della struttura spaziale, ma piuttosto alla natura della Chiesa e all’obbligo che essa ha di entrare in uno spazio che esso stesso la introduce alla comprensione della sua identità di Corpo mistico.
Le forme architettoniche così assumono una funzione mistagogica, cioè destinata a prender per mano il fedele e condurlo dentro i significati fondamentali della propria identità, filtrati dalle forme plastiche che hanno il compito di significare il significante e rendere presente l’assente.
La costruzione di una chiesa diviene così l’edificazione della casa della Chiesa in quanto assemblea dei credenti, casa di Dio tra le case degli uomini, ovvero un segno, una presenza, un baricentro e nello stesso tempo un punto focale del territorio che esercita insieme una forza centrifuga e una centripeta.
Dopo il Vaticano II nella nostra diocesi sono state costruite  18 chiese parrocchiali e una non parrocchiale.
Il campanile non è solo la struttura destinata a custodire le campane, ma piuttosto segno visibile che si erge non meno di altri volumi, ma che contraddistingue una appartenenza e dichiara una identità.(diapositive 5, 6, 7, 8, 9)
Se il Mistero Pasquale diviene il fulcro della vita liturgica della Comunità ecclesiale, pur non rinunziando alla connotazione devozionale che appartiene al sentire della Chiesa e che viene reinterpretato e collocata nella sua più naturale funzione, la centralità assoluta viene data all’altare, che deve essere unico, non può coesistere ad altri nella stessa aula.(diapositiva 10)
Vero punto focale, segno e simbolo, “voce” che raduna, punto che predispone al convito e realizza il sacrificio, l’altare deve avere l’incondizionata “solitudine”.
L’aula ecclesiale si progetta intorno all’altare, è l’altare che determina l’orientamento dell’assemblea ed è fonte ispiratrice di ogni adeguamento!
Ancora oggi si annaspa nell’affannosa ricerca di forma, misura o colore che debba avere un altare, per non parlare delle patacche esplicative che decorano molti nuovi altari con il pretesto di trovare simbologie eloquenti che dicano quello che all’altare stesso si impedisce di esplicare e spiegare.  L’altare è  Cristo perché Cristo è altare. L’altare è il luogo del sacrificio in cui il verbo fatto carne diviene e si dona come nutrimento dei fedeli divenendo cibo per i viandanti.

Dalla preminente valenza dell’altare e della sua centralità ne consegue la necessità di porre i fedeli come virgulti di ulivo intorno alla mensa.  Perciò la distanza dall’assemblea e l’innaturale incomunicabilità tra il presidente e i fedeli, tradiscono tutta la teologia sacramentaria, liturgica ed ecclesiologica ridataci dal Vaticano II.
L’esperienza della mensa eucaristica non è disgiunta dall’ascolto della Parola di Dio. La Dei verbum, Costituzione conciliare sulla parola di Dio, ha saputo riportare la giusta attenzione non solo sulla necessità di conoscere e studiare la Parola di Dio, anche di sperimentarla viva ed efficace nell’esperienza liturgica. La proclamazione e l’ascolto della Parola di Dio è un evento sacramentale, infatti è Dio che parla al suo popolo, poiché Cristo “è presente nella sua parola, giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Scrittura” SC 7.
Riprende così la sua centralità nella vita della Chiesa la Parola di Dio, per troppo tempo tenuta al margine da impedimenti linguistici e pretese di difese di ortodossia.
Dio torna a parlare al suo popolo con il suo linguaggio usando la lingua dell’uomo, lo elegge diretto destinatario del suo messaggio e lo rende consapevole del dono di Dio mentre nella sinassi ecclesiale apre il suo cuore alla comprensione delle Scritture.
Questo annunzio è un annunzio di resurrezione e di vita è una parola forte viva ed efficace. Il contenuto primo è l’annunzio della resurrezione. Questo annunzio ha bisogno di uno spazio, uno spazio che celebri l’incarnazione del verbo eterno nel suono modulato della voce. La proclamazione non è lettura, è evento celebrativo dell’annunzio del mistero della resurrezione. L’ambone ne è il luogo. Per usare una immagine assai forte ed emblematica di una certa ricerca teologica possiamo asserire che: l’ambone è icona spaziale della resurrezione della resurrezione di Cristo.
Dinnanzi alla “novità” della proclamazione della Parola di Dio ai fedeli il mondo delle ritualità rinnovate si trovò impreparata ed entrò in crisi.
Le tortuose e spicciative soluzioni da una parte e le ispide ricerche di accomodamenti per cercare una forma all’ambone furono numerose. Raramente nel corso della storia della Chiesa si è assistito ad un fenomeno di amorfismo dichiarato come è accaduto per l’ambone nell’immediato dopo Concilio.
In vero la novità del Concilio ci trovò disorientati e impreparati. Troppi secoli erano trascorsi da quando erano stati dismessi o smontati gli antichi amboni monumentali.
Il processo di ricerca di una “forma” non è ancora finito  e non ha raggiunto un punto di definizione. Ultimamente si sono visti da una parte tentativi di archeologismo liturgico che hanno riproposto forme monumentali troppo invadenti e da un’altra parte continue riduzioni funzionali che hanno sclerotizzato e ridotto a mezzo e supporto un importante spazio celebrativo.
L’ambone è monumento della resurrezione del Signore, esso stesso deve proclamare Cristo risorto anche quando non vi è nessuno che vi annunzia la parola.(diapositive 11, 12, 13 )
L’ambone è spazio celebrativo, quindi necessita di un volumetria che non offenda l’azione rituale riducendolo a semplice suppellettile da supporto. Fu molto interessante negli anni ’80 una pubblicazione curata dalla Facoltà teologica di Sicilia sugli spazi liturgici in cui venivano censiti un gran numero di amboni antichi che fornirono le giuste categorie che debitamente riformulate e modulate possono offrire un valido aiuto agli addetti ai lavori e non solo ad essi. A questo studio si aggiunge uno più recente curato dalla Comunità di Bose che riporta l’interessante titolo L’ambone. Tavola della Parola di Dio.
Legato da un filo di continuità teologica è certamente il battistero che per la sua natura assai si associa all’ambone. Il fonte battesimale è luogo in cui si è sepolti con Cristo per risorgere con lui, è un discendere e un ascendere. Il legame con l’ambone trova in questa connotazione il suo nodo di incontro, ecco perché nell’antica tradizione siciliana il fonte era strutturato sotto l’ambone, come si vede nella Cappella palatina di Palermo, come si è voluto tentare nella chiesa parrocchiale di Sant’Anna ad Enna. (diapositiva 14)
Se nelle nuove costruzioni post conciliari non raramente fu posto sui presbiteri in asse con l’ambone, ma senza nessun nesso teologico, come si vede nella Chiesa parrocchiale si Sant’Antonio in Piazza Armerina o  in quella di San Giovanni Evangelista in Gela(diapositiva 15) per permettere la “veduta” della celebrazione del sacramento, l’inamovibilità degli antichi fonti battesimali, costrinse molti pastori ad un ripiego indecoroso fatto di bacinelle volanti e fonti semoventi che, ancora oggi usati, offendono la celebrazione del sacramento.
Il battistero è luogo a parte, spazio che accoglie un gruppo ristretto di fedeli e non necessariamente esposto alla “visura” di tutti i fedeli. In tal senso i documenti della CEI sono assai illuminanti.
Le soluzioni contemporanee rendono chiara l’idea di una difficoltà attuale che ricerca forme ideali capaci di conciliare le varie simbologie legate al sacramento, vasca? (rotonda, quadrata ottagonale a forma di utero?); fonte a calice?; e l’acqua? (corrente o residua) e così via.
Capita però di vedere soluzioni interessanti che pur adottando una particolare lettura della simbologia battesimale raggiunge risultati accettabili, è il caso della Chiesa parrocchiale San Rocco e della Chiesa parrocchiale del Sacro Cuore di Gela.(diapositiva 16)
Non meno interessante è la vicenda dello spazio della penitenza, sacramento celebrato sia comunitariamente che singolarmente.
Il confessionale che, raggiunge il massimo della sua diffusione certamente grazie a san Carlo Borromeo (1538-84). Il vescovo lombardo dispose di introdurre i confessionali in tutte le parrocchie della diocesi di Milano, e diede anche indicazioni sulla loro forma, in particolare per ciò che concerne la chiusura ai due lati e riguardo alla grata che doveva separare il confessore dal penitente. Da Milano il confessionale si diffuse rapidamente in tutta Italia. Certamente non è spazio celebrativo, anche se dobbiamo dare la giusto dose d’onore ad un arredo che ha dimostrato la sua utilità più di ogni altro arredo di una chiesa.
Riguardo allo spazio della penitenzieria i documenti della CEI elargiscono indicazioni, orientamenti e dettami illuminanti che trovano non poche difficoltà ad essere realizzate anche in ordine all’economia dei volumi che architetti e adetti ai lavori sono costretti a modulare e gestire.
Il luogo della penitenzieria, però, richiede un funzionalità che non può fare a meno della sua connotazione simbolico-sacramentale.
Nei grandi santuari forse è più facile trovare realizzati spazi destinati alla celebrazione della penitenza che tentano di coniugare le esigenze della celebrazione e le giuste indicazioni, ma essi forse sono predisposti più alla celebrazione individuale che non a quella comunitaria per cui è più giusto definirli luoghi e non spazi celebrativi.
Nelle parrocchie la identificazione e la costruzione di un’area che divenga spazio celebrativo della penitenza predisposto a permettere ai fedeli anche la condizione necessaria per la celebrazione comunitaria è l’ideale da raggiungere, ma anche una scommessa non sempre vinta.
La visione di Chiesa come Popolo di Dio, proposta dalla Lumen Gentium nel secondo capitolo della costituzione dogmatica; la natura della liturgia, insegnata dalla Sacrosanctum Concilium che asserisce: “la liturgia è considerata come l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo (SC7), accende l’attenzione sul tema della presidenza dell’assemblea.
Il decreto conciliare Presbyterorum ordinis al numero 5 dichiara: “i presbiteri sono consacrati da Dio, mediante il vescovo, in modo che, resi partecipi in maniera speciale del sacerdozio di Cristo, nelle sacre celebrazioni agiscano come ministri di colui che ininterrottamente esercita la sua funzione sacerdotale in favore nostro nella liturgia, per mezzo del suo Spirito”.
E’ Cristo che presiede è lui che celebra e parla all’assemblea e nell’esercizio di questa presidenza ha scelto di servirsi del ministero dei sacerdoti.
Presiedere una assemblea non vuol dire dirigerla, ma celebrare insieme ad essa i misteri della salvezza. Il presidente non sovrasta l’assemblea, ma la guida con la sua figura che incarna il ministero della mistagogia, egli introduce i fedeli alla comprensione del mistero.
In tal senso il luogo della presidenza asseconda questi principi permettendoli in termine di servizio. Il servizio è favorito dalla visibilità del presidente e non dalla volumetria della sede presidenziale che deve abbandonare ogni forma amplificata a somiglianza di trono, che non si addice alla verità del ministero della presidenza che incarna il senso evangelico del ministero di Cristo che dice “io sono in mezzo a voi come colui che serve” Lc 22,27.
La sede diviene quindi polo di attrazione che rimanda alla diaconia che Cristo esercita per mezzo del ministro che, come capo dell’assemblea, funge da guida e pastore.
Nel luogo della sede presidenziale egli è capo e pastore e ivi esercita il ministero della presidenza nella duplice funzione di capo e membro della comunità,  come affermo sant’Agostino in uno dei suoi discorsi: “Per voi infatti io sono vescovo, con voi sono cristiano”. (Disc. 340).
Nelle nuove costruzioni la sede è specchio della concezione che anima una comunità e il suo pastore. Osservate la fattura della sede presidenziale e scoprirete l’idea di Chiesa e di servizio che aleggia in quella comunità.
Un’ultima nota, prima di concludere, vorrei dedicare al corredo iconografico, croce e delizia delle nuove costruzioni e non solo.
Mi sovviene ancora quanto detto da Papa Pio XII  nella Mediator Dei che volentieri ritorno a citare. Nella produzione artistica non bisogna tarpare le ali all’arte ne spegnere il lucignolo fumigante ma piuttosto: “evitando con saggio equilibrio l’eccessivo realismo da una parte e l’esagerato simbolismo dall’altra, e tenendo conto delle esigenze della comunità cristiana, piuttosto che del giudizio e del gusto personale degli artisti, è assolutamente necessario dar libero campo anche all’arte moderna, se serve con la dovuta riverenza e il dovuto onore, ai sacri edifici ed ai riti sacri”.
Vorrei citare la singolare esperienza che la nostra Chiesa Diocesana ha sperimentato quando nella chiesa di sant’Anna di Enna furono collocate le belle vetrate che descrivevano i misteri del rosario (diapositiva 17)e come invece i fedeli della Parrocchia Sant’Antonio di Gela ritennero troppo moderna la statua del loro patrono, sebbene che ambedue le opere siano definibili opere d’arte. (diapositiva 18).
Come anche quanta ammirazione e stupore procurò negli anni ’80 la pubblicazione voluta dalla CEI dell’Evangeliario per le Chiese d’Italia arricchito con iconi prodotte ad hoc dai massimi nomi di artisti italiani (cito per tutti solamente la meravigliosa acquaforte di Renato Guttuso che narra l’ingresso di Gesù a Gerusalemme) e invece quanta perplessità nella contemplazione dei disegni che corredano la pubblicazione del nuovo Lezionario.
Dinnanzi a un ermetismo essai accentuato mi ritornano le parole di Paolo VI agli artisti: “Qualche volta dimenticate il canone fondamentale della vostra consacrazione all’espressione; non si sa cosa dite, non lo sapete tante volte neanche voi; ne segue un linguaggio di Babele, di confusione. E allora dove è l’arte? L’arte dovrebbe essere istruzione, dovrebbe essere facilità. Voi non sempre ce la date questa facilità e allora restiamo sorpresi ed intimiditi e distaccati”.
Completo il mio intervento servendomi ancora di un passo del discorso agli artisti che penso sia il buon consiglio fondante il successo di un buon esito anche per il futuro.
“Se il momento artistico che si produce in un atto religioso sacro – come è una Messa – deve essere pieno, deve essere autentico, deve essere generoso, deve davvero riempire e far palpitare le anime che vi partecipano e le altre che’ vi fanno corona, ha altresì bisogno di due cose: di una catechesi e di un laboratorio. Non Ci diffonderemo ora a discorrere se l’arte venga spontanea e improvvisa, come una folgorazione celeste, o se invece – e voi ce lo dite – abbia bisogno di un tirocinio tremendo, duro, ascetico, lento, graduale. Ebbene, se vogliamo dare, ripetiamo, autenticità e pienezza al momento artistico religioso, alla Messa, è necessaria la sua preparazione, la sua catechesi; bisogna in altri termini farla prendere o accompagnare dall’istruzione religiosa”.
Per concludere si tratta di continuare un dialogo fecondo tra teologi, liturgisti, pastori d’anime, artisti vari, architetti, urbanisti  e tecnici specializzati per l’illuminazione, l’acustica, il risparmio energetico.

+ Mons. Michele Pennisi

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