Legambiente Sicilia interviene sull’affidamento dell’incarico di completamento della progettazione della diga Pietrarossa.

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Ci sembra una grande assurdità, eppure, nel 2020, nella terra del sole e della storia, i siciliani vengono ancora messi di fronte a dilemmi come sviluppo contro bene culturale; così come i tarantini che per l’ILVA devono scegliere tra salute e lavoro, come nella più vicina Gela tra ambiente ed economia, o ancora il tesoro di una riserva naturale come la Sughereta di Niscemi contro una base per comunicazioni satellitari militari come il MUOS, o le trivelle in Val di Noto patrimonio dell’UNESCO. Falsi conflitti che sottolineano l’assoluta incapacità di una classe dirigente che negli ultimi decenni non ha saputo scegliere e ha preferito camminare su due strade parallele che, però, difficilmente possono diventare convergenti se non quando il volante è nelle mani di amministratori illuminati.

È il caso, per esempio della Diga di Pietrarossa, una delle vertenze più annose portate avanti dalla nostra Associazione, che affonda le sue radici alla fine degli anni ’90.

Realizzata parzialmente per un importo lavori di 145 miliardi delle vecchie lire, su uno studio risalente addirittura agli anni ’60, la diga si trova in contrada Casalgismondo tra le province di Enna e Catania, in un territorio che ha restituito molte testimonianze archeologiche e avrebbe dovuto risolvere i problemi cronici di mancanza d’acqua destinata all’agricoltura dei territori della Piana di Catania. La diga fu al centro di una vicenda giudiziaria, mai del tutto chiarita, che portò alla sospensione dei lavori nonostante l’opera fosse completa al 95%. Diversi i motivi, dalla mancanza di pareri e autorizzazioni alla scoperta, proprio all’interno dell’area dell’invaso, di un sito archeologico probabilmente identificabile con una statio posta lungo una strada consolare romana e probabilmente pertinente alla Mansio capitoniana più volte citata dalle fonti.

Una storia che fa acqua da tutte le parti e trasforma l’erigenda diga in una delle “incompiute” più famose di Sicilia. Risale a circa un anno fa la notizia che la Regione Siciliana aveva bandito la gara per l’affidamento dei servizi di ingegneria, per il completamento dell’opera, per circa 5 milioni di euro e con un quadro economico dei lavori di circa 60 milioni di euro, ed è di un paio di settimane fa la notizia della conclusione della procedura di gara.

Il caso Pietrarossa entrò di diritto a far parte del dossier Salvalarte Mattone Selvaggio, con la denuncia di opera abusiva che ha comportato uno spreco enorme di denaro pubblico(e che promette di sprecarne ancora, con 60 mln di euro ad essa destinati su 66 mln per interventi di messa in sicurezza del patrimonio infrastrutturale esistente della regione), che mette a rischio testimonianze archeologiche importanti e la cui utilità nessuno si è premurato di dimostrare con un’analisi costi-benefici considerati sia i danni ambientali che si produrranno che le enormi quantità d’acqua che ogni anno in Sicilia si “sprecano” per produzioni agricole spesso destinate al macero. Sovrapproduzioni che in un sistema perverso garantiscono lauti guadagni grazie ai contributi alla produzione, ma che contestualmente provocano uno spropositato consumo di risorsa idrica; un esempio per tutti sia l’invaso di Lentini da cui ogni anno evapora un volume d’acqua dello stesso ordine di grandezza di quello che la diga di Pietrarossa dovrebbe contenere. E ci chiediamo se non avrebbe avuto più senso – anziché basarsi su uno schema idrico pensato negli anni ‘60 – studiare un uso più razionale delle risorse idriche esistenti, effettuando piuttosto interventi mirati a un uso efficiente, evitando sprechi e implementando il recupero e il riutilizzo delle acque, oltre che favorendo altri tipi di colture. Oggi, a quanto pare, nella fase 2 post emergenza covid19 – che sembra essere votata alla più allarmante deregulation in una specie di terra di mezzo – la storia della diga va avanti. Il progetto che sarà redatto dovrà tener conto di molti aspetti e dovrà dare molte risposte: dai costi ambientali in senso stretto (per gli ecosistemi fluviali e per l’intero bacino idrografico) a quelli in senso più ampio (impatto archeologico), aspetti ad oggi assolutamente trascurati così come dovrà dimostrare non solamente l’alta ingegneria dell’opera ma la sua effettiva utilità. A ben poco, infatti, vale sostenere che l’utilità sia semplicemente quella di terminare un’opera solo per giustificare i denari sin qui spesi prescindendo dalle ricadute che l’opera stessa avrà sul territorio e sul paesaggio nel futuro.

Su tutti questi aspetti e oltre, Legambiente Sicilia sarà vigile e manterrà i riflettori accesi nell’interesse della tutela del nostro patrimonio ambientale e culturale.

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