PENSIONI – Nel 2023 si continuerà a lasciare il lavoro a 67 anni o con 42-43 di contributi, Anief: è uno scandalo perché spariranno anche “Quota 100 e 102”

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Non cambiano i parametri imposti dalla riforma Fornero per uscire dal mondo del lavoro e andare in pensione: lo si apprende dalla circolare Inps n. 28 del 18 febbraio, dalla quale risulta che dal 2023 i requisiti per l’accesso alla pensione adeguati all’incremento della speranza di vita non cambiano per cui si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni e in pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (41 anni e 10 mesi le donne). In realtà, una novità c’è ed è purtroppo peggiorativa, perché il prossimo anno non solo non avremo più “Quota 100”, archiviata da alcune settimane, ma nemmeno “Quota 102” che è transitoria e vale solo per il 2022. E nell’incontro tecnico svolto la settimana scorsa con i sindacati, il Governo non è andato oltre la formula ‘Opzione per tutti’, che prevede un anticipo a 64 anni con ricalcolo dell’assegno con misura totalmente contributiva degli anni previdenziali.

Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, “stanno offrendo ai lavoratori italiani la possibilità di lasciare il lavoro con 3-4 anni di anticipo andando a tagliare al dipendente pensionato mediamente qualcosa come 500-600 euro al mese: al mese: noi consideriamo inammissibile andare in pensione nel 2023 a 64 anni con il 30 per cento in meno, che corrisponde alla fine allo stesso stipendio del 1983. Siamo convinti che una proposta del genere non possa nemmeno essere presa in considerazione”.

“Quello che invece va fatto – continua il sindacalista – è adeguarci all’uscita dal lavoro in linea con la media europea, quindi riportarla a 63 anni senza penalizzazioni e con riscatto gratuito degli anni di laurea, visto che ormai il titolo è richiesto pure per l’accesso all’insegnamento: una professione che, vale la pena ricordare fa scattare in alta percentuale il rischio burnout con conseguente incidenza tumorale maggiore rispetto ai lavoratori di altri comparti pubblici e privati. Tra l’altro – conclude Pacifico – non si comprende perché non debba essere corrisposta in busta paga quella indennità di rischio biologico, invece assegnati ad altri settori come quello sanitario”.

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